LE ‘NOSTRE’ PAROLE DI ZARATHUSTRA

Postato da Admin il 08 SET 2011

"L’editio sincera di Nietzsche, la collezione “Alter ego” di Ar, che ospita i testi del grande filosofo tedesco con l’originale a fronte, è giunta alla prova decisiva: la versione dello Zarathustra. Opera da far tremare le vene e i polsi per la profondità teoretica, per la purezza stilistica, per il labirinto di echi e rimandi in essa contenuti (illuminati con sorprendente virtuosismo dal Curatore). Il volume (di 590 pagine) vedrà la luce tra qualche mese, ma, data la sua importanza, vi proponiamo di divenirne già sottoscrittori da ora.

LE "CENTURIE NERE" PRECURSORI RUSSI DEL FASCISMO?

Postato da Admin il 28 giu 2011

"Il Fascismo non è nato in Italia e in Germania. Ebbe la sua prima manifestazione in Russia, col movimento dei “Cento Neri”, completo già all’inizio del 900 nelle sue azioni e nei suoi simboli: la violenza politica, l’antisemitismo feroce, i neri stendardi col teschio. “Maurizio Blondet in -Complotti- (Il Minotauro, Milano, 1996, pag.83)...

Steno Lamonica intervista Silvia Valerio

Postato da Admin il 07 SET 2011

Silvia Valerio, ha pubblicato nel 2010 il libro “C’era una volta un presidente”, la fabula milesia dei suoi diciott’anni. Tutt’attorno, eroi, prove, comparse, antagonisti, e qualche apokolokyntosis. "L’invidia… talvolta, in uno di quelli che volgarmente chiamano trip mentali, vedo di fronte a me una nuova versione del Giudizio Universale, un po’ psichedelica e sadica, dove Dio, o chi per lui, affossa ed esalta in base alle reazioni delle anime di fronte a un’opera di Botticelli. Lo so, sono rimasta scioccata da chi al liceo sosteneva che Botticelli i piedi li disegnasse male."

COME IL MONDO ANTICO È DIVENTATO CRISTIANO

Postato da Admin il 27 Set 2011

"Da parte di diversi autori è stato osservato che il cristianesimo si è potuto diffondere con relativa rapidità nel mondo antico, incontrando relativamente poca resistenza, in una maniera che è stata paragonata a un contagio, un'epidemia le cui cause sembrano in qualche modo misteriose, nonostante la sua evidente carica di sovversione e dissoluzione nei confronti del mondo e della cultura antichi.

La Spagna tra Goti Arabi e Berberi in uno degli ultimi scritti di J.A.Primo De Rivera

Postato da Admin il 21 Ott 2011

Ebbe a scrivere Maurice Bardeche in “Che cosa è il Fascismo” (Volpe, Roma, 1980, pag.47) “Il solo dottrinario di cui i fascisti del dopoguerra accettano le idee all’incirca senza restrizioni, non è né Hitler né Mussolini, ma il giovane capo della Falange, il cui destino tragico lo sottrasse all’amarezza del potere ed ai compromessi della guerra”, Frase bellissima come tante altre nel libro del Bardeche, ma che non ha mai completamente convinto chi scrive.(1).

Da oltre quarant'anni l'amico e camerata Alfonso De Filippi, ligure di Arenzano (Genova), arricchisce con i suoi contributi sempre originali e stimolanti la scena culturale della destra tradizionale e identitaria in Italia. Collaboratore sin dai primi anni '70 del Centro Studi Evoliani e poi delle riviste "Arthos", "La Cittadella" e del
"Centro Studi La Runa", De Filippi ha saputo abbracciare con il proprio sguardo le problematiche relative all'origine e alla morfologia delle più antiche civiltà, stimolato in questo dai frequenti e numerosi viaggi e che lo hanno condotto nei luoghi più disparati dei cinque continenti.
Lo studio attento e competente di autori come il Conte De Gobineau, Vacher De Lapouge, Oswald Spengler, Evola e altri, hanno fatto maturare in lui una compiuta adesione a una visione storica incentrata sul problema della decadenza della stirpe europea e sull'accerchiamento di questa da parte delle popolazioni "di colore". Una breve e incompleta bibliografia dei suoi scritti, rappresentati da articoli e saggi brevi, dà una sommaria idea della vastità e poliedricità degli interessi del De Filippi: "A proposito di un "mini-Spengler" italiano", "Alla ricerca della Patria Artica" (1997), "Verso il crollo del mondo moderno?" (1998), "Caste e stirpi guerriere della Mesoamerica precolombiana", "Gli Arii nell'Oceano Pacifico" (2000), " "Razze a caste in India", ""Werwolf". Gli ultimi guerrieri del nazional-socialismo" (2002), "Il Celso anticristiano di Louis Rougier", "Monoteismo e dintorni", "Gerusalemme contro Roma" (2003); ""Romani" in Cina (loro malgrado)" (2004), "Fascismo e nazionalismo in Gran Bretagna dal 1914 alla nascita del National Front", "Stirpe-nazione-impero. Appunti sul razzismo fascista", "Francis Parker Yockey e il destino dell'Europa".
Con questo scritto riguardante Oswald Spengler, Alfonso De Filippi inizia la sua collaborazione indipendente con il sito www.ereticamente.net.
Luca Cancelliere
 
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di Alfonso De Filippi


Se ben ricordiamo, nella prima metà del secolo scorso, un ormai obliato filosofo nonché “santone” dell’antifascismo liberale, avrebbe ritenuto di poter liquidare il messaggio de <Il Tramonto dell’Occidente> di Oswald Spengler con una qualche sorta di atto scaramantico partenopeo. Il lettore che, ai nostri giorni, volesse chiedersi se nel mondo si parli più di Oswald Spengler o di Benedetto Croce, crediamo non avrebbe dubbi nel darsi una risposta favorevole al filosofo tedesco.(1).
A dimostrazione che, ancor oggi, anzi soprattutto oggi, sia utile leggere e riflettere sulle opere dello Spengler(e non solo sulla più nota)vi è un bel libro edito negli USA nel 2001, ma, secondo chi scrive, reso ancor più interessante dagli avvenimenti successivi alla caduta delle Torri Gemelle ( considerando anche lo stato critico dell’economia mondiale negli ultimi anni). (3). Si tratta dell’ opera di John Farrenkopf <Prophet of Decline-Oswald Spengler on World History and Politics>(Lousiana University Press, USA,2001)(4)
Nel volume di cui non vogliamo dare qui un sunto, ma solo toccare alcuni punti che ci paiono particolarmente atti a suscitare le nostre riflessioni, dando per scontata nei lettori una conoscenza seppur a grandi linee del pensiero dello Spengler, troviamo innanzi tutto uno schizzo della biografia del filosofo e soprattutto della “evoluzione”del suo pensiero. Com’è noto, Oswald Spengler, che il grande Francis Parker Yockey ebbe a definire “il filosofo del XX secolo”, non riuscì mai a dare forma compiuta al suo pensiero in un’opera”definitiva”, in effetti, nelle sue opere cosiddette “minori”, posteriori alla principale, si possono trovare punti di vista diversi da quelli espressi ne <Il Tramonto dell’Occidente>. ad esempio riguardo al problema dell’impermeabilità delle varie civiltà rispetto ad influssi da parte di altre culture, la cui possibilità veniva praticamente ed ingiustamente negata ne <Il Tramonto…>
Possiamo ricordare, a codesto proposito, che nella sua prefazione ad <Anni Decisivi>Ed. del Borghese, Milano, 1973(pag. 9)Scriveva Julius Evola “Vi è una sensibile divergenza di visuali fra lo Spengler della sua opera più nota, il Tramonto dell’Occidente, e lo Spengler di Anni Decisivi .La prima opera ha uno sfondo deterministico in quanto la storia vi viene considerata nei termini di diversi cicli fissi, con strutture corrispondenti o almeno omologabili nelle varie civiltà, con processi necessari da cui ci si deve lasciar guidare o da cui si sarà trascinati: fata volentem ducunt, nolentem trahunt. Nel secondo libro il determinismo vien meno nel senso che è ammessa la possibilità di prender posizione, di reagire, soprattutto di fronte alla minacciosa realtà di due rivoluzioni mondiali: quella bianca e quella dei popoli di colore.”.(5)
Su un piano più generale, come scriveva Piero Ottone in un libro ispirato al pensiero dello Spengler (<II Tramonto della nostra Civiltà>Mondadori, Milano, 1994) “ E’significativo… che Spengler non abbia mai portato a termine la costruzione di un suo sistema”(pag. 50).Inoltre (pag. 55) “Lui stesso si rese conto, col tempo, di contraddizioni e di errori nella sua opera”(principale).
 Come sarà noto ai lettori, meriti principali dello Spengler, rilevati anche dal Farrenkopf( e ancor prima da Julius Evola), sono quelli di aver limitato un ingiustificato eurocentrismo che dominava la storiografia europea e, soprattutto, di aver potentemente contribuito a minare quel “mito del progresso”che, per molti decenni, ha grandemente contribuito a quell’inarrestabile processo di rincoglionimento dei popoli europei che li ha portati sull’orlo dell’estinzione. Leggiamo a pag. 18 del libro del Farrenkopf “Spengler, forse più che ogni altro intellettuale della prima parte del XX secolo, contribuì a demolire quell’illusorio ottimismo e quell’idealizzazione dell’idea di progresso che erano i cardini dello Zeitgeist del XIX secolo”
Un primo punto che prendiamo in esame è quello dei “maestri”e “precursori”del filosofo, il Farrenkop lo inserisce in una serie di “pessimisti” che comprende Vollgraff, Lasaulx, Burchardt e Brooks ed Henry Adams. Tra questi segnala particolarmente Karl Vollgraff ed Ernst von Lasaulx sui quali diamo qualche cenno basandosi soprattutto sull’indispensabile <La Dècadence>di Julien Freund (Sirey, Paris, 1984).
Karl Friedrich Vollgraff (1794/1863) fu professore di giurisprudenza a Marbur dove morì. Per lui i popoli e le civiltà sono degli organismi e quindi soggetti alle leggi che regolano la vita di tutti gli organismi. Anzi, come quella degli individui, la vita delle civiltà si svolgerebbe in quattro fasi: infanzia, giovinezza, maturità e vecchiaia, ed egli si dedicò soprattutto alle due ultime fasi in quanto riteneva che la civiltà occidentale fosse ormai pervenuta alla sua fase autunnale, credendo di poter giudicare il grado di decrepitezza dei vari popoli europei, in testa a tale classificazione vi sarebbe stata, grazie alla rivoluzione, la Francia (6)
Per il Vollgraff la decadenza era sia fisiologica che morale, la storia della civiltà umana era la narrazione di un deperimento morale dell'’umanità, una discesa dall’alto verso il basso. Dopo aver raggiunta la maturazione piante, animali ed uomini si riproducono e poi muoiono. “E’quando i popoli di rango superiore sono pervenuti al fiore dell’età che essi trasmettono i loro semi maturati a quelli di rango inferiore, così anche noi dopo deperiremo .”Come ricorda il Freund, per il Vollgraff tale legge vale anche all’interno dei vari popoli dato che la decadenza inizia nelle sfere superiori della popolazione per contaminare a poco a poco anche quelle inferiori.
Ora, prosegue il Freund, “Dato che gli altri popoli della terra hanno imparato a gustare i frutti della civiltà occidentale essi sono condannati a seguirne le sorti anche senza che abbiano raggiunto la propria maturità. al mondo non vi sono più civiltà in ascesa”. Emerge un tal modo, una concezione della fine della storia umana, di ciò non si dà una valutazione morale: la vecchiaia è una malattia invitabile, ma anche una necessità organica per cui non esiste cura. “Codesta malattia della vecchiaia è quella dell’egoismo, nel senso, che esso, come la vecchiaia, sacrifica i valori oggettivi della vita a quelli soggettivi dell’individuo. I sintomi di codesta malattia sono di tre sorte. Per primo vi è la perdita del senso religioso e del senso dell’umanità che ne deriva.” Gli uomini abbandonano gli Dei e gli Dei abbandonano gli uomini, la perdita del senso del divino comporta anche quella della fede negli altri. Secondo segnale è lo sviluppo della tecnica e del macchinismo che modificano sempre più il lavoro finendo per consegnare gli uomini a condizioni artificiose e, infine, alla fuga nelle droghe. “Così l’umanità perde le sue virtù creatrici nella letteratura, nella scienza e nell’arte per degradarsi in un pensiero Secondo segnale è lo sviluppo della tecnica e del macchinismo che modificano sempre più il lavoro finendo per consegnare gli uomini a condizioni artificiose e, infine, alla fuga nelle droghe. “Così l’umanità perde le sue virtù creatrici nella letteratura, nella scienza e nell’arte per degradarsi in un pensiero eccitante e ripetitivo. Segno di questo declino è la confusione del linguaggio, le parole perdono il loro senso preciso-Infine, il terso sintomo lo si vede nella crescente preponderanza del sistema parlamentare che apre la via al declino dello Stato, mentre la società civile è in procinto di essere asservita dal veleno burocratico che minaccia la libertà degli individui.”
Per il Volgraff, la decadenza dell’occidente si manifesterebbe nei suoi tempi nella lotta tra Germanici e Russi, questi ultimi potrebbero giungere a dominare l’Europa, ma ben presto, prevedeva, sarebbero stati infettati dallo stesso cancro che rodeva l’Europa. Unica speranza di una estrema resistenza la si sarebbe trovata nell’Inghilterra se questa fosse riuscita a rimanere fedele alle sue strutture aristocratiche.” Ma(pag. 139) “Il declino dell’Occidente costituirebbe la <fine>del mondo. (in fondo, leggendo il Vollgraff verrebbe da pensare che non si trovi nella storia mondiale che una sola civiltà appunto quella definita “occidentale”, nata nel Medio Oriente e poi sviluppatasi in Grecia e a Roma e, in seguito, in tutta l’Europa che, però, ha ormai raggiunto la vecchiaia ed è prossima a decomporsi”. Il Vollgraff: giunse a chiedersi: “Che cosa è l’attuale umanità?”e si rispose “un colossale campo di rovine”. Tutto il pianeta, per lui, era ormai entrato nella fase ultima quella della vecchiaia.
Concezioni simili ebbe anche Peter Ernst von Lasaulx (1805-1861), costui fu professore di Filosofia ed Estetica all’Università di Monaco, eletto nel 1848 all’assemblea nazionale di Francoforte si schierò con i conservatori. Anche lui fece sua la concezione organicistica propria del romanticismo germanico e paragonò le fasi della storia a quelle della vita degli individui, anche per lui la civiltà occidentale era ormai giunta alla sua vecchiaia. Parlando nel Novembre 1848 al Landtag della Baviera ebbe ad affermare che i popoli erano mortali al pari degli individui e che forse non rimaneva che preparare loro una bella tomba. Egli non condivideva l’idea del Vollgraff di una prossima morte della civiltà che non permetteva di nutrire alcuna speranza di una eventuale rinascita. Scrive il Freund (pag. 140), “Crede anch’egli che il declino delle civiltà risponda ad una legge di natura che regolerebbe la vita dalla nascita alla morte in un senso che richiamo ciò che diceva Plotino (che egli citava) riguardo all’anima individuale che è parte di quella universale del mondo, destinata ad una continuità nell’eternità, Continuità che egli così spiegava: “Dove un periodo culturale declina, un altro sorge sulle sue rovine.”Pertanto egli ammetteva una certa continuità tra le varie fasi della storia, soprattutto sul piano religioso. Continua il Freund, sunteggiando le concezioni del von Lasaulx (ibidem) “Una civiltà può cadere nella decadenza, ma può anche rivivere in seguito grazie ad una sorta di restaurazione che si attua in una civiltà posteriore, come la Rinascenza ha fatto rivivere il Mondo Antico….Ogni civiltà ripete lo stesso ciclo dall’infanzia fino alla vecchiaia, ma arricchendo ogni volta l’apporto ereditato dalle precedenti: Questo è il fondamento della continuità tra le civiltà. A quelle decadenti succedono delle civiltà in ascesa che cadono poi anche loro in decadenza e così di seguito. Egli spiegava sul piano metafisico codesto processo rimarcando che la vita è infinita ed eterna, ma che essa comporta ciò nondimeno, delle fasi temporali concluse dalla morte(Freund cit 140-141). “Per il Lasaulx, comunque, il succedersi delle civiltà non significa che l’una ripeta la precedente. Il ripetersi è solo nel quadro delle età di ogni ciclo organico, in quanto ogni civiltà porta…. un suo contributo originale” (ibidem) Tra le varie civiltà vi è dunque quella che potremmo definire “analogia”. Secondo codesta “analogia”, la civiltà occidentale è minacciata da un processo di decadenza analogo ha quello che ha colpito l’Impero Romano. Per lui gli Slavi saranno gli eredi della civiltà occidentale nel quadro di una propria visione del cristianesimo, religione che secondo il Lasaulx dovrebbe sopravvivere alla fine della nostra civiltà. In seguito egli rivolse le sue speranze verso il Nord America. In complesso si può dire che per il Lasaulx, a differenza del Vollgraff, la fine della civiltà occidentale non significherebbe la fine della storia umana, ed è proprio la sua concezione ciclica che si oppone ad una conclusione di totale pessimismo: la Storia é una tragedia ma è pur sempre ricca di sorprese.
Da parte sua, lo Spengler, com’è noto ebbe a scrivere (Cfr <Il Tramonto dell’Occidente>Longanesi .Milano 1957 pagg. 29 e 30)di dovere molto al Goethe e al Nietzsche: “A Goethe devo il metodo, a Nietzsche il modo di impostare i problemi-e se dovessi condensare in una formula il mio rapporto col secondo direi: dai suoi sprazzi di luce ho tratto una visione d’insieme”. Possiamo trarre dalle pagine del Farrenkopf alcune considerazioni sui rapporti tra l’autore del <Tramonto dell’Occidente>e quello del <Così Parlò Zarathustra>.
A pag. 89 del libro del Farrenkopf leggiamo “L’intenso studio di Nietzsche gli fornì (a Spengler) molte munizioni intellettuali per l’attacco all’idea di progresso.”Rendendo omaggio a Nietzsche nelle prime righe del <Tramonto>(pag. 93 e segg) Spengler dichiarava di “aver portato il pensiero di Nietzsche ad un più alto livello grazie al proprio culto della conoscenza storica, in contrasto al fatto che Nietzsche avesse messo in guardia contro quella che definiva la <malattia della storia>. Inoltre Nietzsche aveva nutrito una bassa opinione di ogni tentativo di giungere ad una formulazione sistematica del pensiero filosofico, e non aveva mai formulato sistematicamente la propria filosofia. Disapprovando il rifiuto del Nietzsche di giungere ad una tale sistematizzazione e la sua scarsa considerazione nei riguardi dello studio della storia, Spengler pensava di aver posto rimedio a queste ed altri punti deboli della filosofia di Nietzsche.
Spengler era animato dallo stessa potente urgenza di scrivere <per il futuro> e di fare filosofia <con il martello>che aveva ispirato Nietzsche. Egli nutriva l’ambizioso disegno di sistematizzare in forma di filosofia della storia mondiale l’embrionale diagnosi della crisi del moderno Occidente tracciata da Nietzsche) inoltre il<Tramonto dell’Occidente> è un tentativo di realizzare il proposito di Nietzsche, annunciato nelle prime pagine de <La Volontà di Potenza>(7), di scrivere <la storia dei prossimi due secoli>. Il <Tramonto dell’Occidente>incorpora alcuni temi fondamentali di Nietzsche: il relativismo epistemologico, la distinzione tra civiltà e civilizzazione, il tema della decadenza, la trasmutazione di tutti i valori, la volontà di potenza, il culto dei grandi uomini, l’amor fati, l’avere visto il XX secolo come un’epoca di conflitti per il dominio del mondo”
Sia Martin Heidegger che Thomas Mann vollero vedere nello Spengler solo un imitatore del Nietzsche, anzi il secondo giunse a definirlo “la scimmia astuta di Nietzsche”, tuttavia come nota il Farrenkopf lo Spengler si distanzia in vari punti dall’autore dello Zarathustra. Leggiamo a pag. 95 “In primo luogo, in netto contrasto con Nietzsche, l’atteggiamento di Spengler verso il cristianesimo rimane ambiguo. Pur rigettando la pretesa del cristianesimo di essere “verità assoluta”, Spengler, ciò nondimeno, lo rispettava come una delle espressioni fondamentali della cultura occidentale(8)
In secondo luogo, mentre Nietzsche espresse una netta opposizione allo Stato, Spengler vedeva, invece, come la più alta responsabilità etica dell’uomo fosse quella di servire nel modo migliore lo Stato nella terribile arena delle politiche di potenza. Terzo, in netto contrasto con Nietzsche che esaltava la forza della volontà umana, Spengler considerava che l’individuo fosse soggetto alle imperiose mosse di forze storiche a lui trascendenti. Inoltre, lo Spengler rifiutava, come utopistico, il concetto, centrale nel Nietzsche, dell’Ubermensch sia quello dell’<eterno ritorno> e riteneva ristretto il “cosmos” storico in cui il filosofo della volontà di potenza si era mosso, indubbiamente meno ampio di quello da lui stesso esposto nel <Tramonto dell’Occidente>.
Ma ora ritorniamo al pensiero dello Spengler come viene esposto dal Farrenkopf. Che la civilizzazione occidentale liberal democratica, capitalista e giudeo-cristiana sia in profonda, irreversibile, crisi ben pochi ormai lo potrebbero negare, ciò nonostante essa si sia estesa a tutto il pianeta(9) sebbene un pluralismo di civiltà abbia caratterizzato la storia mondiale, l’epoca moderna ha alquanto attenuato tale costante caratteristica”(pag. 43). In effetti, vi sono due aspetti da considerare che vanno oltre la visuale del <Tramonto>: la civilizzazione occidentale si è inesorabilmente diffusa in tutto il mondo e, soprattutto, i ritmi degli avvenimenti di questi anni più recenti hanno assunto una velocità che il filosofo, almeno in un primo tempo, non aveva potuto immaginare
Come si sa lo Spengler, basandosi sull’esame delle civiltà del passato, aveva previsto una ultima fase “imperiale” di quella occidentale. A lungo, ottimisticamente, aveva sperato che sarebbe stata la Germania, per lui l’ “ultima nazione dell’Occidente” ad edificare codesto impero e che la Prussia sarebbe stata la Roma della civiltà faustiana occidentale. I due giganteschi sforzi compiuti in questo senso dalla Germania nelle guerre mondiali fallirono e, com’è a tutti noto, si conclusero nel rogo di Berlino della primavera del 1945.
(10). Qui il Farrenkopf non ha dubbi e può scrivere (pag. 162) “Io sostengo l’idea che la Pax Americana, che gli Stati Uniti hanno instaurato nel 1945, sia l’imperium Mundi faustiano previsto da Spengler” In effetti, nota giustamente il nostro, lo Spengler, salvo alcuni cenni specialmente nelle ultime opere, ebbe sempre a sottovalutare le potenzialità degli Stati Uniti, purtroppo, in Europa, egli non fu il solo a commettere tale fatale errore!Anzi, pag. 163 “L’Occidente, creatore e perfezionatore di una civilizzazione che ha dominato politicamente, culturalmente e tecnologicamente il globo, fin dall’Età delle grandi Scoperte, ha raggiunto con l’Imperium Americanum la sua forma finale a livello mondiale.Lo sbalorditivo collasso dell’Unione Sovietica nel 1991non ha creato, ma ha accentuato la supremazia dell’impero universale americano per il prossimo futuro.” A pag. 164 leggiamo: "..riflettendo oggi su <Il Tramonto dell’Occidente> non ci si può non meravigliare di quanto profetico sia stato tale libro riguardo alla crisi della civilizzazione occidentale. La Prima Guerra Mondiale fu lo spartiacque che sdegnò il declino della supremazia politica e culturale dell’ Europa preannunziando il dominio politico e di civilizzazione del potere americano,il “secolo americano”, che raggiunse la sua piena espressione con la vittoria degli USA nella Seconda Guerra Mondiale. Osservando a volo d'aquila lo svolgersi della storia nel secolo XX, si può plausibilmente sostenere che gli Stati Uniti riuscirono a forgiare nel 1945 un imperium mundi- Con il <castigo> inflitto sul piano militare e su quello politico alla Germania e al Giappone, la massiccia mobilitazione attuata durante il conflitto, e il monopolio in campo nucleare, gli USA assunsero una supremazia globale economica, politica e militare indiscutibile. Inoltre la supremazia americana fu confermata dal trionfo nella Guerra Fredda”.
Ma dalla stessa filosofia dello Spengler emergerebbero elementi che farebbero pensare (sperare) che tutto ciò possa essere transitorio, infatti l’<accelerazione dei tempi> e molti fattori inducono il nostro a ritenere che l’imperium mundi statunitense avrà una vita molto più breve di quello romano. “…il declino del potere egemonico americano è inevitabile e il tramonto incomincia a stendere le sue ombre sulla Pax Americana. Questo ordine neo imperiale americano mostrerà nel XXI secolo di essere un fenomeno transitorio. Nella sua patria i sintomi di una decadenza sociale sono già evidenti nel crollo delle strutture familiari, nelle crescenti patologie sociali, nella diffusione del pacifismo e negli eccessi sfrenati di una cultura sensualistica” A tutto ciò si aggiungono i problemi economici che noi abbiamo potuto vedere aggravarsi negli ultimi anni Tutto ciò farebbe pensare che “L’erosione della capacità americana di esercitare una leadership negli affari questioni mondiali e gestire un ordine mondiale è solo una questione di tempo. La fragile Pax Americana non avrà l’impressionante capacità di durata della Pax Romana”(pag. 165)
Tra i fattori di decadenza degli USA il Farrenkopf elenca giustamente anche la crescente “ diversificazione etnica senza precedenti”
In effetti si prevede che entro il 2050 i “bianchi”(o perlomeno coloro che passano per tali)saranno negli USA una minoranza.(11).
In ogni caso le cronache politiche, sociali, economiche ed anche militare di questi giorni non mancano di dare l’impressione che il declino degli Stati uniti d’America sia ormai iniziato.
In tutto questo ci sarebbe per noi “buoni europei” di che rallegrarsi, se non che al di là del tramonto di quella che venne definita la “Nuova Cartagine d’oltreoceano” si erge sempre più minacciosa la possibilità di un’egemonia mondiale cinese: il trionfo finale e totale non solo delle “rivolta mondiale delle razze di colore”, ma anche di quel “pericolo giallo”che venne già, a suo tempo, denunciato anche dal Kaiser Guglielmo II, e meraviglia trovare, nel “campo nazionale”chi giunge ad auspicare tale sviluppo in odio al sistema di potere sionista americano, per chi scrive sarebbe solo un cadere dalla padella nella brace.
Ma ciò porta ad un altro problema riguardo alla filosofia dello Spengler, già ne <Il Tramonto..> questi aveva parlato di popoli “fellaheen”(Farrenkopf pag. 63) “già creatori di magnifiche civiltà ora senescenti”. Codesti popoli fellaheen, tra i quali, per il filosofo, sarebbero stati da annoverare indiani, cinesi ed egiziani, sarebbero condannati ad una perdurante situazione di debolezza nel campo della politica mondiale. Commenta il Farrenkopf (pag. 63) “Codesta argomentazione della senilità riguardo alla potenza politica dei popoli<fellaheen>è alquanto problematica. Da una parte, essa riflette ..  il fatto che dei popoli creatori di antiche civiltà siano stati spesso privi di potere nelle relazioni tra gli stati in fasi successive della loro storia. Dall’altra, alcuni di essi, nel XX secolo, paiono aver acquisito una nuova giovinezza grazie al nazionalismo e hanno raccolto le loro energie creatrici in reazione all’imperialismo occidentale. Così Spengler ha probabilmente sottostimato le capacità di alcuni popoli già ridotti al rango di <fellaheen> a ricostituirsi come protagonisti di primo piano nel campo della politica internazionale nella seconda metà del XX secolo ed oltre.”(12).
Noi potremmo notare che nell’attuale dinamismo politico, economico e demografico di Indiani Cinesi etc ci pare ben poco sopravviva delle antiche culture di quei popoli e che quel poco si stia rapidamente disintegrando.
Da parte sua il Farrenkopf scrive (pag. 259) “Le riflessioni sul futuro potere politico della Cina e dell’India mostrano quanto sia problematica la concezione spengleriana dei popoli <fellaheen>. Egli prevedeva che la Cina e l’India si sarebbero liberate dal colonialismo occidentale. Ma d’altra parte, riteneva popoli non –occidentali quali gli Indiani e i Cinesi, che avevano creato grandi civiltà ed erano poi decaduti nell’ abietta condizione di rimanere per secoli soggetti ad altri, incapaci di risorgere. Egli riteneva che essi non potessero sviluppare le forze interiori capaci di ricostruirli come potenti fattori autonomi nella storia mondiale” Codesti popoli per il filosofo tedesco sarebbero rimasti per sempre incapaci di tornare a svolgere un ruolo indipendente nell’ambito delle grandi potenze.
Tuttavia, continua il Farrenkopf “Considerando brevemente il caso della Cina, sarebbe imprudente liquidare il giudizio dello Spengler, riferendolo all’epoca in cui venne formulato, come una pura idiozia. Non si dovrebbe, infatti, dimenticare che se gli Stati Uniti non avessero liberato l’Asia Orientale dal militarismo nipponico durante la Seconda Guerra Mondiale, la Cina continentale avrebbe ancora le sue più importanti città sotto il dominio straniero con la Manciuria persa definitivamente a favore del Giappone”.
Il Farrenkopf accenna alle nubi che paiono iniziare a gravare sull’economia. Noi ci chiediamo che cosa potrebbe accadere in tale gigantesco paese qualora si allentasse la “mano di ferro” con cui il Partito Comunista continua a guidarlo (certo non secondo i principi del marxismo leninismo ormai relegati nelle cantine di qualche museo).
Peraltro l’esaminare il pensiero dello Spengler nel suo sviluppo, specialmente riguardo alle sue ultime opere, ci porta a riflessioni se possibili ancora più inquietanti di quelle, già di per se stesse paurose riguardo ad una possibile egemonia mondiale cinese con il relativo dilagare nel mondo delle masse dei discendenti dei sudditi del defunto <Celeste Impero>. Se nelle polemiche seguite alla pubblicazione del <Tramonto...> il filosofo aveva respinto l’accusa di pessimismo che gli venne da più parti rivolta, tale difesa gli sarebbe diventata sempre più difficile con il passare degli anni. Se nella sua opera principale aveva visto la Russia come la creatrice della civiltà destinata a succedere a quella “faustiana –occidentale>, aveva poi dovuto considerare l’Unione Sovietica come punta di lancia della rivolta delle razze di colore, anticipando in ciò alcuni aspetti della <Guerra Fredda>, infine parve essere giunto a considerare quella occidentale come “l’ultima dclle civiltà”.
Scrive il Farrenkopf (pag. 215) che se nella storiografia occidentale l’idea che la tragedia sia una parte dell’esperienza storica è alquanto diffusa “Spengler è il primo pensatore a proporre la provocante tesi secondo cui l’intera esperienza storica dell’umanità formi una tragedia di proporzioni catastrofiche.In un’epoca di potenziale apocalisse, sarebbe imprudente rigettare sbrigativamente tale concezione solo perché ci turba e sconvolge.”Nei suoi ultimi scritti appare l’idea che quella occidentale possa essere “forse quella finale”della storia mondiale.(pag. 221).
E a pag. 202 “Fondamentale per ogni filosofia della storia è la concezione del tempo storico; quella di Spengler cambiò radicalmente- Nel <Tramonto dell’Occidente> egli raffigurò la storia mondiale come virtualmente eterna. Le civiltà sorgevano e declinavano nell’ambito di una grandiosa processione apparentemente senza fine. Poi egli, invece, guardò al tempo storico come se sembrasse raggiungere la sua fine dato che terribili crisi sovrastavano il mondo moderno.”.
Il filosofo sarebbe giunto a codesta conclusione, anticipando argomentazioni divenute oggi di tragica attualità, anche prevedendo gli effetti dell’azione umana sull’ambiente naturale. Leggiamo a pag. 201 di <Prophet of Decline>: “Nell’ultima fase della sua vita Spengler prese ad interessarsi ai problemi dell’ambiente naturale e alle reciproche relazioni tra questo e l’umanità. La seconda fase della sua filosofia della storia ci  fornisce una utile base per osservare la crisi ecologica globale, un fenomeno del quale il visionario pensatore merita di essere riconosciuto un profeta. Spengler, che considerava la moderna civilizzazione occidentale come particolarmente dinamica, espansiva e volt a trasformare l’ambiente, non aveva già ignorato il problema del suo impatto con l’ecosistema già ne <Il Tramonto dell’Occidente>. Nelle sue pagine finali egli sosteneva che la civilizzazione moderna stava esaurendo le risorse del pianeta e avrebbe lasciato, dopo il suo declino, il volto del globo irrimediabilmente alterato per sempre.”. Egli considerava che nulla avrebbe potuto impedire alla civilizzazione occidentale di condurre una vera e propria guerra all’ambiente fino alle estreme conclusioni.
Così “Per Spengler, nelle sue ultime opere, la storia umana diventa il racconto del tragico, e in ultima istanza disastroso, tentativo dell’uomo di avere il sopravvento sul mondo naturale”.(pag. 203). E’la tragedia che si sta svolgendo sotto i nostri occhi “Le conclusioni dello Spengler hanno una duplice valenza. In primo luogo, egli avvertì la gravità della minaccia all’ambiente da parte dell’industrializzazione. In secondo luogo, intuì la centralità della lotta tra l’uomo e la natura in tutta la storia mondiale e non solo in quella della civilizzazione occidentale moderna in cui codesta lotta ha raggiunto il livello massimo.”(Farrenkopf pag. 205).Inoltre (ibidem) “La crisi ecologica globale ha posto la questione se la rivoluzione industriale abbia in se stessa un lato oscuro e profondamente irrazionale”, cosa che nessuno pare avesse intuito in precedenza. Continuiamo a citare dal Farrenkopf (pag. 206) “L’idea della ’incompatibilità tra la moderna civilizzazione industriale e l’ambiente terrestre è implicita nel tragico quadro spengleriano della lotta tra l’uomo, fin dalle sue origini, e la natura. Questa idea costituisce un notevole contributo alla tradizione del pessimismo culturale europeo. Nell’odierno dibattito sulla crisi ambientale globale, si possono distinguere due posizioni di base. Secondo una delle due visuali la moderna civilizzazione industriale è incompatibile con un ambiente sano. Essa non potrebbe essere modificata in modo sufficiente da prevenire la distruzione a lungo termine dell’ecosistema, considerata anche l’interazione sinergetica tra la crisi ecologica e l’esplosione demografica. Tale perdurante esplosione nei paesi in via di sviluppo. Unita all’imperativo di promuovere una robusta crescita economica, incrementa il consumo di materie prime e di risorse energetiche, ponendo ulteriori pesi sull’ambiente. Secondo un’altra prospettiva, gli stessi strumenti che hanno causato la crisi ecologica, cioè la scienza e la tecnologia moderne, offrono motivi di speranza. Esse potrebbero venire perfezionate ed usate in modo da rendere in ultimo la civilizzazione industriale e l’ecosistema compatibili. Non si può non avvertire un qualcosa di paradossale in codesta rassicurante ipotesi”.( 13).
Sarebbe lo stesso “ethos” faustiano della civilizzazione occidentale, da un punto di vista “spengleriano”a far precipitare reversibilmente questa verso una catastrofe. “Il futuro, secondo la nostra Cassandra- comporta non solo la fine della civilizzazione come noi la conosciamo ma probabilmente la fine di qualsiasi forma di civilizzazione pienamente sviluppata.”(pag. 225).
Indubbiamente il Farrenkopf ci presenta un quadro avvincente e “aggiornato”del pensiero dello Spengler nel suo sviluppo, qui abbiamo voluto solo coglierne alcuni aspetti per noi particolarmente interessanti. Chi scrive ha iniziato anni fa a riflettere sulle possibilità di una crisi globale grazie soprattutto all’agile, ma denso volumetto di Silvio Waldner <La Deformazione della Natura>(AR, Padova, 1997)(14), per poi prendere in considerazione la concezione della “convergenza delle catastrofi”formulata da G.Faye, soprattutto riguardo alle lotte che l’immigrazione in massa delle razze di colore potrebbero scatenare in Europa. (15).Ciò soprattutto per verificare se le previsioni che si possono fare sul futuro giustificassero il mantenersi su un fronte, se non altro culturale, di rigida opposizione al sistema imperante. E tutto ciò ci pare lo giustifichi al di là di ogni previsione.
Spengler non si limitò mai ad inveire contro la Zivilization in favore di una inutile nostalgia per la Kultur, egli cercò nei tempi suoi delle possibilità di azione, e tale dovrebbe essere il nostro atteggiamento. A codesto proposito ci pare utilissimo suggerire ai lettori di approfondire la concezione di “rigenerazione della storia” formulata da Giorgio Locchi (cfr.<Definizioni>Società Editrice Barbarossa, Milano2006). In conclusione lo stesso <”tramonto dell’Occidente”e la “convergenza delle catastrofi”come campi di battaglia, per lotte dalle quali, e qui lasciamo Spengler per “ripartire” da Nietzsche, potrebbe anche sorgere una possibilità di rinascita(16).

ALFONSO DE FILIPPI
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(1) Cfr. Claudio Quarantotto ad Oswald Spengler Il Borghese, Milano, 1970, pag. 12.
(2) Ricordiamo che nella pubblicazione delle opere minori dello Spengler si sono rese benemerite le Edizioni di Ar, si spera che si decidano alla stampa del III volume degli
(3) Accettando come vera la
(4)“In realtà, Spengler è uno di quegli autori che non tramontano. Anzi, gli avvenimenti più recenti, in quanto contribuiscono a confermare le sue profezie, ingrandiscono il significato della sua opera, sì che essa attraversa l’orizzonte del nostro tempo come quelle stelle il cui fulgore ci giunge più chiaro quando la loro scaturigine è spenta.”Adriano Romualdi G.Volpe, Roma, 1973, pag. 5 Soprattutto “.la morfologia spengleriana della , e la sua analisi delle forme senili delle culture, resta lo strumento più utile per una adeguata valutazione della nostra epoca.”Ibidem pag. 6)
(5) Da codesta opera dello Spengler si sarebbero potuti trarre utili spunti per l’elaborazione di un Nella sua introduzione ad Oswald Spengler Bompiani Milano 1934 così V.Beonio Brocchieri sintetizzava il pensiero del filosofo: “Prepariamoci dunque a sparire dalla faccia del mondo. Contro il destino è impossibile andare. Questione di battersi con onore nell’ultima battaglia. Questione di raccogliere le forze supreme e di mostrare in faccia ai negri, ai gialli, che c’è ancora gente, che ci sono ancora popoli e razze, e nazioni in questa vecchia, schifosa, marcia, decomposta, incancrenita Europa, capaci di sentire con orgoglio, con fierezza, con dignità, con titanico stoicismo l’impegno assunto di fronte alla tradizione avita”. In questo senso “La principale funzione che sembra rimanere alla realpolitik sarebbe quella di indicare la necessità per una civilizzazione destinata alla distruzione di realizzare una strategia rivolta a prolungare una resistenza da assediati contro la marea crescente del caos interno e delle pressioni esterne”Farrenkopf pag. 211 Di questa opera dello Spengler si veda l’edizione come Ar, Padova, 1994
6)Notiamo che per il Vollgraff anche gli USA, considerati un popolo giovane e dinamico, sarebbero stati destinati a “degenerare rapidamente”. Anche il Conte De Gobineau, dal suo punto di vista, era giunto ad analoghe conclusioni. Forse nei prossimi anni vedremo se costoro non avessero avuto del tutto torto.
(7) Cfr F. NietzscheBompiani, Milano1992, pag. 3 e dello Spengler in Sugarco, Carnago, 1993 pag. 87-103
(8)Vi sarebbe qui da aprire una lunga discussione, comunque “..non è stata la religione cristiana la scintilla che ha dato origine alla civiltà occidentale: ma ..la civiltà occidentale si è impossessata della religione cristiana per rielaborarla e per trasformarla a modo suo” Piero Ottone Mondadori, Milano, 1994, pag. 162
(9) Pino Romualdi ( T.E.R. Roma, 1962 pago 262):
"La civiltà dei bianchi, è evidentemente alla fine. Essa è ormai rassegnata
a morire senza difendersi, senza più lottare, abbandonata ad una dolce
follia suicida, che non consente rivolte, ma vuole e chiede soltanto pace e
benessere." Riguardo al declino dell’Occidente, Gianfranco De Turris nella sua premessa alla ed. 1998 de di Julius Evola citava quanto aveva scritto a proposito dei critici radicali dell’attuale civilizzazione Michela Nacci nel suo (Loescher, 1982): per costoroComunque, “L’ottimismo è viltà. Siamo nati in questo tempo e dobbiamo percorrere coraggiosamente sino alla fine la via che ci è destinata. Non abbiamo alternative. Il nostro dovere è di tener fermo sulle posizioni perdute, anche se non c’è più speranza né salvezza”Oswald Spengler Il Borghese, Milano1970, pag. 123
(10 )Si possono qui ricordare, con simpatia, alcuni gruppi isolati che auspicano una riscossa “imperiale”dell’Europa, si veda ad esempio il curioso articolo della nota enciclopedia on line Wikipedia. Lo Spengler aveva anche previsto l’apparizione di figure , dopo i “duci”della prima metà del secolo scorso non ne abbiamo viste, “Oggi, l’ipotesi del cesarismo nei paesi avanzati dell’Occidente appare assurda. Ma acquisterebbe consistenza se la pressione del Terzo Mondo, in un modo o nell’altro, sconvolgesse gli equilibri; se creasse situazioni pericolose”P.Ottone cit .pag. 271.
(11) Già lo stesso Spengler in sottolineava, esagerando, la mancanza di omogeneità del popolo americano”Come ricorda il Farrenkopf “… un processo di frammentazione etnico- culturale con potenziali gravi conseguenze è diventato sempre più veloce a partire dal 1965”(pag 248). E’ interessante vedere quali forze e “gruppi di pressione”abbiano operato, e tuttora operino, nel Nord America ( e non solo!) per far cadere la segregazione tra le razze e allargare l’immigrazione ad elementi non bianchi, il lettore non si meraviglierebbe di ritrovare delle vecchie anzi “antiche”conoscenze. Cfr fra gli altri David DukeFree Speech Press, USA, 2003
(12) Ci pare qui utile riportare come i popoli , quelli “usciti dalla storia”vengano descritti nel già citato libro di Piero Ottone pagg. 37-38: “Oggi, vaste masse di una umanità indistinta conducono---- in Egitto o in Anatolia, nell’Arabia o nel Magreb, un’esistenza altrettanto semplice e primitiva quanto i popoli che nella storia non sono mai entrati; e vivono e si muovono fra rovine alla quali non fanno caso, perché quelle rovine non significano più niente per loro. Che cosa prova un contadino greco quando vede i resti di un antico teatro invaso dalle erbacce? Non prova nulla, perchè qual che rimane della civiltà antica, quel che rimane di quella grande storia che ormai si è chiusa, per lui non esiste più-…… Ci sono modi diversi di uscire dalla storia. L’Egitto è un caso estremo: gli egizi che crearono il loro giardino incantato sono scomparsi dalla faccia della Terra, i loro discendenti sono stati sopraffatti dagli arabi, la loro civiltà sopravvive solo in scarse testimonianze, splendide e misteriose….. Altrove è rimasto in vita molto di più; come in India, come in Cina. Ma quel che sopravvive ha perso ogni significato a sua volta, ha perso ogni capacità di evoluzione; picché è vero delle comunità sopravvissute quel che si è detto di tutte le comunità primitive:l’immobilità nel tempo, la ripetitività, il movimento orizzontale attraverso centinaia d’anni, né verso l’alto né verso il basso. Che cosa ha prodotto di nuovo la civiltà indiana, negli ultimi secoli?che cosa ha prodotto la civiltà cinese?I relitti del passato sono ormai immobili, gelidi, pietrificati come le caste in India; sussistono solo perché nessuno ha avuto il tempo e la voglia di distruggerli…” Ci pare di poter dire che analoghe considerazioni potrebbero venire fatte a proposito di una altra civiltà: quella islamica. Naturalmente si dovrebbe anche vedere se vi sia una continuità etnica tra il popolo edificatore di una data civiltà e quello che vive oggi tra le sue rovine.
(13)Oggi sappiamo che sarà inevitabile un vero e proprio che probabilmente non potrà fare a meno di attuarsi in circostanze più o meno catastrofiche. Su del 14 X 2010 sotto il titolo Antonio Cianciullo scrivevaLiving Placet Report, il rapporto realizzato da Wwf, Zoological Society di Londra e Global Footprint Network. Se tutti adottassero lo stile di vita di un abitante degli Emirati Arabi ci vorrebbero 6 pianeti, con quello degli Stati Uniti 4,5.L’Italia è a quota 2,8, l’India a 0,5,il Bangladesh a 0,3. Ma l’equivalenza tra benessere e iper consumo si sta indebolendo: la bancarotta ecologica fa venir meno servizi che la natura offre gratis, come la depurazione dell’acqua e la stabilità del clima. Per questo Mathis Wackernagel, presidente del Global Footprint Network, avverte: “I paesi che riescono a garantire la migliore qualità di vita con la minore pressione sulla natura saranno leader in un mondo dalle risorse sempre più ristrette”>.
(14) A pag. 11 vi si legge: “I problemi razziali e quelli ecologici ormai configurano le due ganasce di una immane tenaglia che- irreversibilmente a quanto sembra- sta stritolando il mondo della modernità contemporanea”.
(15) “Non esiste un solo esempio storico di società plurietnica non conflittuale e che non sia stata crudelmente gerarchizzata e oppressiva” G. Faye > SEB, Milano, 1999 pag. 160.
“Nell’impossibilità di selezionare o bloccare l’immigrazione non vi è altra prospettiva che quella di uno scontro etnico interno”Carlo JeanLaterza, Bari, 1995 pag. 100.
“Nei conflitti tra civiltà a differenza di quanto avviene con quelli ideologici, si sta sempre dalla parte della propria razza. "(Samuel Huntington ( Garzanti, Milano, 1997, pag .319.) (16) F. Nietzsche “.. auspicava per l’Europa un’ultima catastrofica decadenza, affinché essa possa rinascere ”Giorgio Locchi< Wagner- Nietzsche e il Mito Sovrumanista>(Akropolis-Lede, Roma. 1982, pag. 179) E a pag. 202 dello stesso testo: “Per Nietzsche….l’Europa è destinata a morire ed anzi deve morire, per potere rinascere- totalmente diversa- dalle proprie ceneri. La , la e comanda dunque di accelerare, con ogni mezzo possibile, il processo fatale di disintegrazione delle società europee cristiano –egalitaristiche: soltanto allorquando gli europei saranno diventati una massa di schiavi docilmente rassegnati(che l’ di prefigura mirabilmente), è potrà sorgere infine, come chiamata dal vuoto, la che saprà edificare un’Europa e fare della massa lo strumento capace di assicurarle la , per il bene dell’umanità intera, innalzata verso un ”.

Alfonso De Filippi


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Intervista al prof. Sandro Consolato

Pubblicato da Admin il 13:52 1 commenti
di Steno Lamonica
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Il professor Sandro Consolato dirige “La Cittadella”(http://www.lacittadella-web.com/), rivista di studi storici e tradizionali fondata da Salvatore Ruta nel 1984, che dal 2001 viene pubblicata in una veste grafica più prestigiosa a cura di Serafino Di Luia, titolare delle “Edizioni del Graal”. Sandro Consolato è profondo conoscitore della Tradizione romano-italica, nonché attento osservatore della realtà politica e sociale della nostra Nazione da un angolo visuale tradizionale ma attento alle problematiche della modernità. Gli rivolgiamo alcune domande e lo ringraziamo per la sua squisita disponibilità.


Professor Consolato, ci parli della Tradizione romano-italica e del suo ruolo nell’Italia di oggi, con particolare riferimento al ruolo e all’influenza della Sua rivista.
Il tema della Romanità attraversa tutta la storia dell’Italia dopo la fine dell’Impero Romano d’Occidente. Tutti gli spiriti più alti del nostro Paese, da Dante ad Alfieri e da Mazzini a Mussolini, hanno ritenuto Roma la stella polare di riferimento per la ricostruzione morale e civile della civiltà italiana e per la fondazione o la rettificazione dello Stato unitario. Questo sentimento della Romanità dovrebbe essere un sentimento per così dire ‘generale’, diffuso tra tutti gli Italiani, indipendentemente da appartenenze religiose, politiche e culturali: si tratta in fondo di riconoscersi eredi di una civiltà ammirata in tutto il mondo. Purtroppo tira un’altra aria, come dimostra l’offesa di un Bossi all’acronimo SPQR. Quanto alla Tradizione romano-italica in senso strettamente spirituale, essa oggi conosce diversi gruppi, formali e informali, che si curano di tenerne vivo l’aspetto rituale. La mia rivista, “La Cittadella”, valorizza la Romanità sotto tutti i punti di vista: religioso e culturale. Credo che essa abbia avuto, stia avendo un ruolo decisivo nell’orientare verso la Tradizione nazionale un numero non altissimo, e comunque crescente di persone, di varia età, cultura, provenienza politica.


Esiste a Suo parere una continuità – una sorta di filo conduttore della Storia Patria – tra Romanità, Ghibellinismo, Rinascimento, Risorgimento e Fascismo?
Un po’ ho già risposto. Comunque sì: è stata Roma ad unificare le genti della Penisola, e quindi questa origine e questa eredità hanno influenzato vari momenti della nostra storia, con alcune differenze. Nel Medioevo Roma è variamente tenuta presente. Nel ghibellinismo per via del mito dell’Impero, ma con non poche differenze tra un imperatore e l’altro: dal nostro punto di vista è soprattutto Federico II ad essere correttamente orientato, in quanto ha chiara la centralità che l’Italia deve avere nell’Impero. Non bisogna però ignorare il fatto che la rinascita comunale ha un suo senso ‘romano’: la civiltà romana è essenzialmente urbana, e nel riprendere anche certi nomi, come quello di ‘consoli’, per denominare i magistrati, agisce senz’altro una memoria culturale. Nel Rinascimento vi è una più generale riscoperta della civiltà antica, e anche delle sapienze precristiane. Il Risorgimento è un fenomeno con varie anime, e anche vari periodi, ma il fine dell’unità politica di tutta la nazione entro determinati confini, etnico-linguistici e geografici, è impensabile senza il ricordo dell’Italia romana, centrale soprattutto nella sinistra nazionale: in Mazzini, in Garibaldi. Nel Fascismo Mussolini evoca ‘il sogno di un’Italia romana”, che però compromette con il ridare al Papato un potere abnorme, di cui egli stesso rimarrà vittima: la Chiesa aveva avuto da Mussolini tutto ciò che voleva, ma non solo Pio XII non riconobbe diplomaticamente la RSI, ma riceveva in Vaticano in udienza i piloti alleati che avevano bombardato l’Italia e Roma stessa…
In quale misura la scuola italiana è colpevole in  particolare dell’oblio delle tradizioni classiche, romano-italiche, della nostra Patria e più in generale della decadenza del sentimento nazionale in  Italia?
La scuola italiana fu deputata, insieme all’esercito, al compito di ‘fare gli Italiani’. La cultura classica, e il binomio Virgilio-Dante, avevano una funzione centrale in quest’opera. Dal ’68 in poi non si farà che colpire, dal basso e dall’alto, quell’idea. E poi, si pensi solamente al fatto che fino a un po’ di anni fa al secondo anno del biennio di tutte le scuole si studiava, per la storia, solo storia romana: ora questa è spezzata tra primo e secondo anno, e si fa con molta difficoltà.


Quali libri suggerisce per coloro che intendono avvicinarsi alla Tradizione romano-italica?
Suggerisco di iniziare col leggere un libro semplice e accattivante: “L’anima romana” di Pierre Grimal, edito in Italia da Donzelli. Poi le storie della religione romana di Dumézil, di Del Ponte ecc.


In Europa si assiste con ritmo crescente alla riscoperta delle ancestrali tradizioni culturali dei popoli e delle etnie. Si tratta di fenomeni genuini o di puro folklore?
Beh, un fenomeno può essere genuino e correre il rischio di degenerare in puro folklore. Credo che nella cultura di questi movimenti europei si debbano operare delle rettificazioni, che devono cominciare dall’aspetto estetico, dalle forme di apparizione, che a volte fanno un po’ sorridere. Le cose più interessanti si vedono in alcuni paesi dell’Est, come la Lituania, che hanno tutta una tradizione folklorica (nel senso nobile del termine) che tramanda un sentire pagano naturale, non costruito a tavolino.


Proprio in Lituania, e anche in Islanda, le confessioni religiose pre-cristiane tradizionali di quei paesi, già oggetto di una riscoperta che è sfociata nella costituzione di vere e proprie comunità religiose, sono state riconosciute ufficialmente dallo Stato. Quale significato bisogna attribuire a questo fatto?
E’ un fatto molto positivo, perché consente una presenza accettata nella società e la libertà di fare determinate cose. Io trovo che sia ingiusto, ad es., che in Italia non si possa avere per cerimonia funebre l’arsione sulla pira, all’aria aperta, con la scusa di ragioni igienico-sanitarie.


Sul piano politico, Ella ritiene che possano concepirsi e realizzarsi autorità ed ordinamenti che si pongano come scopo precipuo il miglioramento qualitativo – dal punto di vista fisico, etico e civico  - dei cittadini?
Mah, questo è l’ideale della polis antica! Si parla molto di ‘cittadinanza’, ma si intende qualcosa di molto diverso da quell’ideale antico, proprio di Greci e Romani.


Secondo Lei,  con quale linguaggio la politica dovrebbe rapportarsi alla gente comune?
Con un linguaggio semplice ma esaltante. Parlare alla pancia (ovvero ai bisogni materiali) e al cuore (livello sentimentale e ideale). Il successo della Lega consiste in questa capacità.


“Historia magistra Vitae”. Quanta verità c’è in questo detto? Può la storia insegnare qualcosa alla politica e in particolare agli uomini di Stato?
Io temo che questo bel detto non sia mai stato preso in considerazione da nessuno. Hitler, e con lui Mussolini, le pare abbiano riflettuto adeguatamente sulla campagna di Russia di Napoleone?
Secondo Lei, come si pone il sistema liberaldemocratico, capitalistico e consumistico del mondo moderno a fronte della dignità degli esseri umani e della salvaguardia della loro dimensione spirituale?
Si pone molto molto male. Lo spirituale va bene solo come elemento riconducibile al mercato. Però tenga presente che oggi conosciamo sistemi capitalisti e consumisti che non sono liberaldemocratici, come quello cinese. Penso che in Occidente certi poteri stiano guardando con invidia a quel sistema, da qui la progressiva riduzione, da noi, degli spazi reali di democrazia, e anche dei diritti liberali più genuini, che sono figli dello stesso sentire libero della Tradizione Indoeuropea.


A proposito di Indoeuropei, ha un valore, oggi, secondo Lei, un richiamo politico all’indoeuropeismo?
Sì, secondo me è un richiamo importante. Per due motivi. E’ un elemento di coesione tra i popoli europei (nei quali però esiste anche un nobilissimo fondo pre-ario: si pensi ad es. ai Baschi, che sembrano essere i più diretti eredi dell’uomo europeo del tardo Paleolitico) il sapere di avere una radice comune, e nello stesso tempo è un ponte (eurasiatico) verso altri popoli, dalla Persia all’India, con cui dobbiamo costruire un rapporto positivo di collaborazione.


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Identità Italiana

Pubblicato da Admin il 14:04 2 commenti
di Luca Cancelliere


L’IDENTITA’ ITALIANA COME PROBLEMA POLITICO

Contrariamente all’opinione superficiale di molti, tra le grandi Nazioni europee è forse proprio l’Italia quella che possiede l’identità nazionale più marcata, più unitaria e più antica. Una mole di dati archeologici, storici, linguistici, culturali e politici conferma questa affermazione.
I caratteri originari della nostra civiltà possono essere fatti risalire al secondo millennio a.C.. I nostri più antichi progenitori italici erano indoeuropei di origine nordica, penetrati in Italia in due grandi ondate successive. La prima ondata fu quella dei Latini, dei Veneti, dei Camuni e dei Siculi: farebbe effetto a un leghista della Valcamonica sapere che i suoi avi penetrarono in Italia a fianco degli antenati dei Siciliani moderni! La seconda fase, nei secoli immediatamente precedenti il 1000 a.C., vide la penetrazione dei cosiddetti “Villanoviani” (che si stanziarono in alcune zone dell’Italia centro-settentrionale e contribuirono alla nascita della civiltà etrusca) e degli antenati di molte popolazioni centro-meridionali come gli Umbri, i Sabini, i Marsi, i Picenti, i Sanniti, i Lucani e i Bruzi.

E' altresì solidamente attestato un afflusso di popolazioni indoeuropee provenienti dall’Anatolia. Innanzitutto si ricordino il mito erodoteo dell'arrivo dei Tirreni dalla Lidia e le più recenti ricerche linguistiche, che hanno dimostrato la stretta parentela della lingua etrusca con alcuni idiomi indoeuropei di area frigio-anatolica. Si rammenti il mito di Enea, della migrazione troiana nel Lazio e della fondazione di Alba Longa da parte di Ascanio, la cui discendenza romulea fu all’origine della Città Eterna. Un’ultima conferma di detto afflusso di genti anatoliche è data dal mito di Antenore, eroe troiano fondatore di Padova e mitico progenitore del popolo veneto. Infine, le recenti ricerche del prof. Massimo Pittau dell'Università di Sassari hanno dimostrato che la lingua proto-sarda è ascrivibile all’indoeuropeo ed è strettamente imparentata con l’etrusco. I c.d. “Shardana” erano indoeuropei appartenenti ai c.d. "popoli del mare" che aggredirono l'Egitto nel XIV sec. a.C..
La presenza celtica nell’Italia settentrionale è stata invece sopravvalutata, risalendo essa a non prima del V sec. a.C. (fatta eccezione per la tribù dei Leponzi) e non rivestendo certamente importanza maggiore di quella delle popolazioni Liguri del nord-ovest e di quelle Venete (civiltà atestina) del nord-est. Una forte presenza etrusca, è attestata in buona parte della pianura padana (dove fiorì una dodecapoli etrusca padana di 12 città, tra le quali Mantova era la più importante) e fino al cuore delle Alpi con le propaggini retiche. In ogni caso, la romanizzazione della cosiddetta “Gallia cisalpina” produsse come esito finale una civiltà gallo-romana perfettamente inserita nella Res Publica dal punto di vista politico (fu proprio Cesare a conferire la cittadinanza romana ai Galli Cisalpini) e culturale (tra i più grandi Romani antichi si annoverano Plinio di Como, Virgilio di Mantova, Catullo di Sirmione e Tito Livio di Padova).
Per mezzo della lingua, delle colonie, delle leggi, dell’amministrazione e della coscrizione militare, Roma fuse tutte le popolazioni italiche del nord, del centro, del sud e delle isole in un blocco etnico, linguistico, culturale. Scipione, nel discorso alle truppe prima della battaglia di Zama (202 a.C.), poteva esortare i suoi soldati ricordandogli che era per l’Italia (e non solo  per Roma) che andavano a combattere.
Tra le discipline tradizionali dell’Antichità, la geografia sacra considerava l’Italia un’unità sacrale denominata “Saturnia Tellus”. Augusto, avendo chiamato a raccolta le sue schiere italiche contro l’orientalizzante Antonio e contro Cleopatra, ricevette dai nostri progenitori la "Coniuratio Italiae" ("Tota Italia iuravit in mea verba"). Dopo la vittoria finale, Augusto rese l'Italia un’entità politica distinta dalle province, legata all’Urbe e gestita direttamente dal Senato, divisa di 12 regioni molto simili a quelle attuali e dotata di un diritto proprio: lo “ius italicum”. Grande cantore dell'unità sacrale, politica e nazionale dell'Italia augustea fu Publio Virgilio Marone di Mantova, autore dell'Eneide (a buon diritto definita "Libro sacro degli Italici") e delle “Georgiche” (vedasi la “Laus Italiae” del Libro II).


Nei secoli successivi, all'interno prima dell'Impero Romano, poi sotto i re romano-barbarici e infine nel Sacro Romano Impero, l'Italia costituì sempre un’entità politica ben distinta e definita. Alla fine del II sec. d.C. Diocleziano istituì, nel quadro della sua riorganizzazione imperiale, la “Diocesis Italiciana”, con la quale Sicilia e Sardegna furono amministrativamente unite alla penisola (fine III secolo d.C.). Sotto gli Ostrogoti di Teodorico e (dopo la breve parentesi bizantina) durante la lunga dominazione longobarda (569-774 d.C.), l’Italia costituì un Regno unitario, ancorchè amputato, in età longobarda, dei vasti possedimenti rimasti sotto Bisanzio. Gli invasori longobardi, con il tempo, adottarono la lingua italica, ebbero sovrani che si fregiavano del titolo di "Rex totius Italiae" e ammettendo gli Italici nell'esercito e ai matrimoni misti, alla vigilia della conquista carolingia finirono per fondersi con questi ultimi. Il loro regno, conquistato da Carlo Magno, entrò a far parte come “Regno d'Italia” del Sacro Romano Impero. Questo Regno, che ebbe velleità indipendentistiche verso al fine del X sec. d.C. con sovrani come Berengario e Arduino, durò praticamente fino all’età napoleonica e tutti gli imperatori del Sacro Romano Impero succedutisi nei secoli furono incoronati suoi sovrani con la famosa “Corona Ferrea” che ancor oggi viene custodita a Monza.
La Nazione assumeva sempre più i tratti che oggi ci sono familiari: le sue energie esuberanti si sfogavano nell’espansione mediterranea delle Repubbliche Marinare, nel fiorire della civiltà comunale, nella nascita delle Università e nella riscoperta del Diritto Romano, infine nel consolidarsi dell’idea imperiale ghibellina. A cavallo del 1300, il fiorentino Dante Alighieri tradusse in versi e in prosa l’idea imperiale del grande Federico II di Hohenstaufen. Il sovrano svevo, come ricordò lo storico Kantorowicz, sognava di insediarsi in Roma (dove avrebbe riportato le “aquile” e i “fasci littori”) per renderla effettiva capitale di un Regno d’Italia a sua volta centro del Sacro Romano Impero. Dante, in opere come la “Divina Commedia” e il “De vulgari eloquentia”, ha dimostrato di possedere l’idea di un’Italia, delimitata nei suoi confini a nord, ovest ed est ("Suso in Italia bella giace un laco, a piè de l'Alpe che serra Lamagna sovra Tiralli, c'ha nome Benaco" (Inferno, XX, 61-63); "Si com'ad Arli ove Rodano stagna, si com'a Pola presso del Quarnaro,
che Italia chiude e suoi termini bagna" (Dante, Inferno 3, 113-4), linguisticamente ripartita nei 14 dialetti della lingua nazionale  (De vulgari eloquentia, I, X) e di un “vlogare illustre” comune (De vulgari eloquentia, I, X), auspicabile sede di una “curia regia” di tutti gli Italiani (De vulgari eloquentia, I, XVIII) e centro del potere imperiale (Purgatorio, VI, 76-114).
I secoli successivi videro l’idea nazionale rifulgere nell’opera di molteplici poeti e scrittori, due soli dei quali vogliamo ricordare in questa sede: Francesco Petrarca che cantò “Il bel paese ch'Appennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe” e Niccolò Machiavelli che nel “Principe” indicò l’obiettivo dell’indipendenza e dell’unità d’Italia e con i “Discorsi sulla Prima Deca di Tito Livio” additò agli Italiani l’esempio delle virtù politiche e militari di Roma antica. Grande fu la fioritura del Genio Italiano – abbeveratosi al retaggio dell’Ellade e di Roma – durante il Rinascimento. Nei secoli XVII e XVIII la comune identità nazionale (nella letteratura, nelle arti, nella musica, nelle scienze) si approfondiva con uomini come Giambattista Vico (l’autore della “Scienza Nuova e del “De antiquissima Italorum Sapientia”), lo storico Ludovico Antonio Muratori e l’istriano Gian Rinaldo Carli (autore nel 1765 dello scritto “La Patria degli Italiani”). Attraverso il pensiero e l’azione dei grandi Italiani che animarono il Risorgimento Nazionale e condussero le guerre per l’Indipendenza e  l'Unità della Patria, fino alle guerre coloniali e alla Grande Guerra del 1915-18, si giunse alla Rivoluzione Fascista, culmine politico e sociale dall'esperienza dello Stato Nazionale Unitario, sorto nel 1861 e ancor oggi occupato dalle forze militari straniere che arrivarono nel lontano 1943.
Forti di tre millenni di storia e di una civiltà che tutto il mondo conosce e ci invidia, dobbiamo guardare con distaccato disprezzo alle miserevoli diatribe tra chi falsifica la storia negando l'esistenza della Nazione e i vecchi politici della cosiddetta Prima Repubblica, che rispolverano ipocritamente il finto patriottismo d’occasione dopo avere per 60 anni praticato la negazione continua, sistematica e generalizzata dell'idea nazionale italiana nella scuola, nella cultura, nei mass media. Le radici della stirpe, la terra dei padri e la tradizione nostra, per noi, si compendiano nella parola ITALIA. Sulla scena politica mondiale, per contribuire a quell'Europa unita, indipendente e armata che noi vogliamo, dobbiamo combattere questa Unione Europea imposta dai banchieri e succube all’atlantismo.
La gente oggi non conosce quello che ogni bimbo dovrebbe succhiare con il latte materno, l'amore per la Patria. Noi dobbiamo proclamare a gran voce la difesa dell’Italianità e non ripetere l'errore fatto per tanti anni dalla cosiddetta destra, che di tutto si interessava tranne che della nostra Nazione, della sua identità, della sua storia, del suo ruolo e dei suoi interessi nel mondo. Oggi, come Italiani, dobbiamo riproporre un'idea forte della Nazione, intesa come comunità etnica, linguistica, culturale e politica forgiata dallo spirito creatore di Roma, da secoli di civiltà e da 150 anni di unità statuale, destinata a proseguire nei secoli la sua missione civilizzatrice universale all’interno di una più vasta comunità delle Nazioni europee. Occorre altresì rifiutare ogni negazione, anche larvata, dell’unità nazionale, ma anche il patriottismo peloso di chi ha per decenni depresso il sentimento nazionale e che ora lo riscopre in maniera strumentale e insincera. E’ vero infatti che l’Indipendenza e l’Unità della Nazione, oggi, si difendono non solo e non tanto contro le spinte separatiste, ma anche e soprattutto contro le ben più pericolose minacce che imperversano: immigrazione e denatalità, espropriazione della sovranità politica, monetaria e militare, globalizzazione e perdita dell’identità culturale.
Vertú contra furore prenderà l'arme, et fia 'l combatter corto: ché l'antiquo valore ne gli italici cor' non è anchor morto (Francesco Petrarca)


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Pubblicato da Admin il 10:47 0 commenti
ERETICAMENTE  intende, in modo provocatoro, approfittare della limitata libertà di pensiero che la Plutocrazia –presto degenerata in Oclocrazia-  ancora,  lascia a livello planetario all' Uomo Libero, per rivolgere ad alcuni Personaggi, non particolarmente graditi dai Cachistocratici; così un Antico Elleno definirebbe i Politici del progresso diventati sceriffi del Kosmos…

Li ringraziamo per averci risposto ricordando a chi ci segue una frase, densissima di valori aristocratici, sgorgata dall’Eterna Fonte di Sapienza che fu –ed è- l’Ellade, matrice dell’Europa: ”BISOGNA SAPERE CHE LO SCONTRO E’ UNIVERSALE, CHE LA GIUSTIZIA E’ UNA LOTTA E CHE TUTTE LE COSE NASCONO SECONDO LA LOTTA E LE NECESSITA’.”.(Eraclito, Frammento 80).
La Necessità, la Dea Ananke, esoterica e  minacciosa  presenza nel respiro di ogni saggio e per ogni religiosità.

Steno Lamonica

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ARETE' - numero 3 I febbraio 2011

Pubblicato da Admin il 09:47 0 commenti

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ARETE' - numero 2 del XXI giugno 2010

Pubblicato da Admin il 09:43 0 commenti
 


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A ZEUS

Pubblicato da Admin il 12:54 0 commenti
.......Salve, salve,

figlio di Crono, altissimo su tutti,

fonte di bene, fonte di letizia.

Le opere tue chi mai potrà cantare?

Mai non c'è stato, mai non ci sarà.

Chi può cantare le opere di Zeus?

Salve, Padre, di nuovo ti saluto.

Dacci virtù e ricchezza. La fortuna

senza virtù non può innalzare l'uomo

nè vale la virtù senza ricchezza.

E tu concedi a noi virtù e fortuna.
(Callimaco)


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