LE ‘NOSTRE’ PAROLE DI ZARATHUSTRA

Postato da Admin il 08 SET 2011

"L’editio sincera di Nietzsche, la collezione “Alter ego” di Ar, che ospita i testi del grande filosofo tedesco con l’originale a fronte, è giunta alla prova decisiva: la versione dello Zarathustra. Opera da far tremare le vene e i polsi per la profondità teoretica, per la purezza stilistica, per il labirinto di echi e rimandi in essa contenuti (illuminati con sorprendente virtuosismo dal Curatore). Il volume (di 590 pagine) vedrà la luce tra qualche mese, ma, data la sua importanza, vi proponiamo di divenirne già sottoscrittori da ora.

LE "CENTURIE NERE" PRECURSORI RUSSI DEL FASCISMO?

Postato da Admin il 28 giu 2011

"Il Fascismo non è nato in Italia e in Germania. Ebbe la sua prima manifestazione in Russia, col movimento dei “Cento Neri”, completo già all’inizio del 900 nelle sue azioni e nei suoi simboli: la violenza politica, l’antisemitismo feroce, i neri stendardi col teschio. “Maurizio Blondet in -Complotti- (Il Minotauro, Milano, 1996, pag.83)...

Steno Lamonica intervista Silvia Valerio

Postato da Admin il 07 SET 2011

Silvia Valerio, ha pubblicato nel 2010 il libro “C’era una volta un presidente”, la fabula milesia dei suoi diciott’anni. Tutt’attorno, eroi, prove, comparse, antagonisti, e qualche apokolokyntosis. "L’invidia… talvolta, in uno di quelli che volgarmente chiamano trip mentali, vedo di fronte a me una nuova versione del Giudizio Universale, un po’ psichedelica e sadica, dove Dio, o chi per lui, affossa ed esalta in base alle reazioni delle anime di fronte a un’opera di Botticelli. Lo so, sono rimasta scioccata da chi al liceo sosteneva che Botticelli i piedi li disegnasse male."

COME IL MONDO ANTICO È DIVENTATO CRISTIANO

Postato da Admin il 27 Set 2011

"Da parte di diversi autori è stato osservato che il cristianesimo si è potuto diffondere con relativa rapidità nel mondo antico, incontrando relativamente poca resistenza, in una maniera che è stata paragonata a un contagio, un'epidemia le cui cause sembrano in qualche modo misteriose, nonostante la sua evidente carica di sovversione e dissoluzione nei confronti del mondo e della cultura antichi.

La Spagna tra Goti Arabi e Berberi in uno degli ultimi scritti di J.A.Primo De Rivera

Postato da Admin il 21 Ott 2011

Ebbe a scrivere Maurice Bardeche in “Che cosa è il Fascismo” (Volpe, Roma, 1980, pag.47) “Il solo dottrinario di cui i fascisti del dopoguerra accettano le idee all’incirca senza restrizioni, non è né Hitler né Mussolini, ma il giovane capo della Falange, il cui destino tragico lo sottrasse all’amarezza del potere ed ai compromessi della guerra”, Frase bellissima come tante altre nel libro del Bardeche, ma che non ha mai completamente convinto chi scrive.(1).

Visualizzazione post con etichetta Cancelliere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cancelliere. Mostra tutti i post

Libertà Indoeuropea

Pubblicato da Admin il 08:03 0 commenti
L’iconografia classica della libertà, raffigurata come divinità femminile coronata e togata, prende le mosse dall’istituzione del culto di Libertas, promossa nel 238 a.e.v. da Tiberio Gracco con la costruzione del primo tempio sull’Aventino. Significativo punto di svolta, ad opera di un tribuno della plebe di cui in questa sede occorre ricordare il nobile tentativo di costruzione di una Repubblica “nazional-popolare” (ci venga perdonato il termine) di “contadini-soldati”. Ma allo stesso tempo, nella “consecratio” del 238, significativamente avvenuta sul colle “plebeo” di Roma, si intravedono anche i primi segni dell’inversione di senso del concetto che lentamente, dai primordi indoeuropei fino ai tempi moderni, porta fino all’idea “moderna”, “emancipata” e “democratica” di libertà all’immagine significativa della monumentale statua dell’isolotto sul fiume Hudson. Cos’era invece, per i progenitori Arii, la libertà? Come si è potuti arrivare alla moderna idea di libertà?Nelle Monarchie dell’antico Oriente, come è noto, il sovrano era il padrone assoluto dei propri sudditi. Gli stessi ministri e dignitari della corona erano considerati servitori del sovrano. Così era nel mondo assiro-babilonese, siriaco, egiziano. Alcune limitazioni sono presenti in Egitto primariamente grazie al forte influsso del culto di Maat, la Giustizia, intesa altresì come limite al potere sovrano; evidente retaggio di influssi razziali atlantico-occidentali all’interno di una popolazione prevalentemente camitica. Tra le stirpi semitiche nomadi, allo stesso modo, il rapporto tra gli uomini e la Divinità è quello di un’assoluta subordinazione dei primi a un Dio geloso e possessivo. Così Baal presso le genti siriache, così Jahvé, originariamente figura minore di divinità lunare nel pantheon cananeo delle origini, poi Dio unico ed esclusivo geloso del patto con il proprio popolo, “Signore Iddio”, “Adonai Elohim”. A suo tempo il buon Evola, sulla scorta del Clauss, correttamente attribuì questa concezione religiosa a un tipo umano partecipe delle “razze dello spirito” “desertica” e “demetrico-lunare”, pronunciandosi a favore del Dio “aristocratico dei Romani, il Dio dei patrizi, che si prega in piedi e a fronte alta, e che si porta alla testa delle legioni vittoriose – non il patrono dei miserabili e degli afflitti che si implora ai piedi del crocifisso, nella disfatta di tutto il proprio animo”. Affermazioni, quelle dell’Evola di “Imperialismo Pagano”, che pur avendo un effettivo riscontro nella situazione di fatto del cristianesimo delle origini, non tengono conto della concezione bizantina del “Cristo Pantocratore”, di quella occidentale del “Cristo Re” e della croce come “Axis Mundi”, come di altre figure come quella di Michele Arcangelo, solo per ricordarne una; ma la concezione regale non è assente neanche nell’Antico Testamento, da Melchisedec in poi. Si tratta di vere e proprie reviviscenze arie all’interno di un sistema religioso di provenienza allogena, ma riplasmato e rivivificato “a proprio uso e consumo” dalle genti d’Europa. Comunque, la distinzione è posta: il mondo indoeuropeo, sin dalle origini, risulta essere il terreno di elezione del concetto stesso di libertà. Hegel, con con una nota semplificazione, nella sua ossessione triadica identificò le tre fasi storiche interne allo sviluppo dello Spirito Oggettivo, e in particolare dell’idea di Stato, in questi termini: “Negli Stati orientali la libertà è di uno solo, poi negli Stati greco – romani la libertà appartiene a pochi (il Senato, l’aristocrazia), è solo nello Stato tedesco che da Lutero in poi la libertà appartiene a tutti”. Quindi, per Hegel, è nel mondo germanico, a torto o a ragione identificato da buona parte del pensiero romantico prima, razzista, poi, come la quintessenza dello spirito ario, che maggiormente risplende il concetto di libertà. Il supposto primato germanico, come idea di principio, per noi “Romano-Italici” non è accettabile, per l’ovvia considerazione che identificare l’Indoeuropeo tipico con il Germano è un’abissale stortura che non tiene conto che le più fulgide civiltà indoeuropee, da Roma all’Ellade, dall’Iran all’India, si sono sviluppate in un arco spaziale che va dal Mediterraneo alle sponde del Gange. L’esaltazione della figura di Lutero, presentato come eroe nazionale tedesco ma in realtà veicolo di influenze spirituali semitiche e promotore del ritorno allo spirito vetero-testamentario della “Legge”: “Un monaco tedesco, Lutero, giunse a Roma. Questo monaco, con tutti gli istinti vendicativi di un sacerdote malriuscito, a Roma si ribellò contro il Rinascimento (…) Ah questi tedeschi, quanto ci sono costati! (…) Hanno sulla coscienza pure la forma di cristianesimo più disonesta, più inconfutabile che esista: il protestantesimo...”. Tuttavia, bisogna rendere merito a Hegel di avere intuito un aspetto indubbiamente centrale nella questione, ovvero che dal mondo indo-europeo, da lui identificato in modo errato e parziale con il solo mondo germanico, germoglia l’idea di libertà. La radice del termine libertà nelle lingue indoeuropee deriva dal proto-indoeuropeo “Leudh” (da cui il greco “Eleutherìa” e il latino “Libertas”) o “Frya” (da cui l’omonima parola sanscrita, nonché l’inglese “Freedom” e il tedesco “Freiheit”). Dalle stesse radici, osserva Emile Benveniste, derivano parole quali le tedesche “lieben” (amare) nel primo caso e “Freund” (amico) nel secondo, a sottolineare che il concetto di libertà ha a che fare con la partecipazione a una comunità, a un destino comune. Allo stesso modo, è “ingenuus” colui che è stato “generato” libero, cioè in buona sostanza chi può vantare una continuità di stirpe, un lignaggio, a rimarcare la concezione aristocratica della libertà. Si noti anche, in questo caso, l’inversione demonica della parola nel mondo moderno. “Ingenuo” nell’odierna lingua italiana, è stato degradato a sinonimo di “inesperto”, “sprovveduto”, credulone”. Ricordiamoci di quanto scrive Giovenale nella sua Satira III: “Una Roma ingrecata non posso soffrirla, Quiriti; ma quanto vi sia di acheo in questa feccia bisogna chiederselo. Ormai da tempo l'Oronte di Siria sfocia nel Tevere e con sé rovescia idiomi, costumi, flautisti, arpe oblique, tamburelli esotici e le sue ragazze costrette a battere nel circo”. Dietro il rovesciamento di senso della parola “ingenuus”, si intravede una realtà di tipo etnico-culturale, ben descritta dal poeta latino. L’afflusso massiccio di Levantini furbi e intriganti contribuisce a creare una società in cui ormai il denaro, ottenuto quasi sempre con macchinazioni, menzogne e raggiri, è l’unico metro del prestigio sociale. Per cui sono considerati “inesperti”, “sprovveduti” e “creduloni” coloro che, per fedeltà al proprio sangue, ancora osservano l’antico stile romano-italico della parola data, dell’onore, del rispetto. Più tardi, è proprio dallo svilimento mercantile della sfera del politico nella società moderna che deriva l’inversione dei valori, da cui discende il decadimento del vero concetto di Libertà, che va di pari passo con il decadimento dell’idea del vero Stato. Nell’antico mondo indoeuropeo, invece, l’esercizio della libertà era tutt’uno con la preservazione dell’integrità etnica. Si pensi agli “Omoioi” (uguali) di Sparta, alla stessa democrazia ellenica, al Civis romano, alla Sippe germanica e agli Arimanni “uomini liberi” dei Longobardi. La libertà, la partecipazione alla gestione della vita della Comunità e dello Stato, assumeva il connotato pubblicistico e sacrale del dovere e del “munus” piuttosto che quello individualistico e arbitrario del “diritto”. Dovere ereditato attraverso il retaggio gentilizio del sangue. Attraverso i secoli, si pensi all’orgoglioso concetto di libertà dei comuni italiani e delle repubbliche marinare del Medio Evo, dove la fondazione delle libertà comunali va di pari passo con il recupero delle antiche tradizioni latine e romane, come emerge dal nome tipico di “Consoli” attribuito alle massime cariche della Città-Stato. Ciò a prescindere dalla strumentalizzazione che di tale libertà civica fece il complotto guelfo-mercantile contro la legittima autorità imperiale. Si pensi all’esperienza dei civilissimi giudicati sardi e all’epopea di Eleonora d’Arborea, che intorno al 1400 emanò il codice di leggi detto “Carta de Logu” e difese eroicamente la libertà della Sardegna contro l’invasore iberico. Si rammentino le orgogliose lotte per la libertà nazionale dei popoli balcanici contro l’invasore turco, dai Romeni di Vlad ai Serbi, agli Albanesi (oggi tragicamente divisi, ma un tempo uniti sotto il regno di Stefano Dusan “Zar dei Serbi, dei Greci, degli Albanesi e dei Bulgari”), fino alla tragica ed eroica fine di Lazar a Kosovo Polje. Si pensi all’epopea russa di Dmitry Donskoj. Si pensi all’uso più tardo nel mondo germanico, fino al secolo scorso, del titolo di “Freiherr” (libero signore) per identificare gli esponenti dell’aristocrazia, vivaio delle Forze Armate e dell’ufficialità germanica. Si ricordi infine che la libertà per cui combatterono gli uomini del nostro Risorgimento era quella della Patria. Ricorda Giovanni Gentile che nessuno di loro, da Mazzini a Cavour a Ricasoli, “si fece mai scrupolo di anteporre la patria all'idolo della libertà”. Come ricorda Adriano Romualdi, “non col grido "viva il suffragio universale" ma quello di "Roma o morte" partirono le squadre di Garibaldi”. Fu quella la libertà nazionale necessaria alla nascita di una nuova Roma e di una più grande Italia, che costruirà il proprio impero coloniale, trionferà a Vittorio Veneto nel novembre del 1918 e a Roma nell’ottobre del 1922 e solo nel 1945 cederà ai profeti armati della falsa libertà, quella che ancora oggi ci tiene sotto il tallone dei banchieri e degli usurai e delle loro basi NATO.Questa è la vera libertà indoeuropea, non quella dei pensatori liberali, illuministi e democratici: non è quella di Locke o di Voltaire, né quella di Kant, di Mirabeau, di Constant, di Wilson o di Hayek. La vera libertà è un dovere e non è un diritto; è disciplina e non è arbitrio; è distinzione e non è mescolanza; è comunitarismo e non è individualismo; è organicismo e non è contrattualismo; è Stato e non è disordine; è stile e non è conformismo. E’ capacità di tenere la schiena diritta e di non piegarsi mai, nemmeno quando conviene.

LUCA CANCELLIERE



Share/Bookmark

Identità Italiana

Pubblicato da Admin il 14:04 2 commenti
di Luca Cancelliere


L’IDENTITA’ ITALIANA COME PROBLEMA POLITICO

Contrariamente all’opinione superficiale di molti, tra le grandi Nazioni europee è forse proprio l’Italia quella che possiede l’identità nazionale più marcata, più unitaria e più antica. Una mole di dati archeologici, storici, linguistici, culturali e politici conferma questa affermazione.
I caratteri originari della nostra civiltà possono essere fatti risalire al secondo millennio a.C.. I nostri più antichi progenitori italici erano indoeuropei di origine nordica, penetrati in Italia in due grandi ondate successive. La prima ondata fu quella dei Latini, dei Veneti, dei Camuni e dei Siculi: farebbe effetto a un leghista della Valcamonica sapere che i suoi avi penetrarono in Italia a fianco degli antenati dei Siciliani moderni! La seconda fase, nei secoli immediatamente precedenti il 1000 a.C., vide la penetrazione dei cosiddetti “Villanoviani” (che si stanziarono in alcune zone dell’Italia centro-settentrionale e contribuirono alla nascita della civiltà etrusca) e degli antenati di molte popolazioni centro-meridionali come gli Umbri, i Sabini, i Marsi, i Picenti, i Sanniti, i Lucani e i Bruzi.

E' altresì solidamente attestato un afflusso di popolazioni indoeuropee provenienti dall’Anatolia. Innanzitutto si ricordino il mito erodoteo dell'arrivo dei Tirreni dalla Lidia e le più recenti ricerche linguistiche, che hanno dimostrato la stretta parentela della lingua etrusca con alcuni idiomi indoeuropei di area frigio-anatolica. Si rammenti il mito di Enea, della migrazione troiana nel Lazio e della fondazione di Alba Longa da parte di Ascanio, la cui discendenza romulea fu all’origine della Città Eterna. Un’ultima conferma di detto afflusso di genti anatoliche è data dal mito di Antenore, eroe troiano fondatore di Padova e mitico progenitore del popolo veneto. Infine, le recenti ricerche del prof. Massimo Pittau dell'Università di Sassari hanno dimostrato che la lingua proto-sarda è ascrivibile all’indoeuropeo ed è strettamente imparentata con l’etrusco. I c.d. “Shardana” erano indoeuropei appartenenti ai c.d. "popoli del mare" che aggredirono l'Egitto nel XIV sec. a.C..
La presenza celtica nell’Italia settentrionale è stata invece sopravvalutata, risalendo essa a non prima del V sec. a.C. (fatta eccezione per la tribù dei Leponzi) e non rivestendo certamente importanza maggiore di quella delle popolazioni Liguri del nord-ovest e di quelle Venete (civiltà atestina) del nord-est. Una forte presenza etrusca, è attestata in buona parte della pianura padana (dove fiorì una dodecapoli etrusca padana di 12 città, tra le quali Mantova era la più importante) e fino al cuore delle Alpi con le propaggini retiche. In ogni caso, la romanizzazione della cosiddetta “Gallia cisalpina” produsse come esito finale una civiltà gallo-romana perfettamente inserita nella Res Publica dal punto di vista politico (fu proprio Cesare a conferire la cittadinanza romana ai Galli Cisalpini) e culturale (tra i più grandi Romani antichi si annoverano Plinio di Como, Virgilio di Mantova, Catullo di Sirmione e Tito Livio di Padova).
Per mezzo della lingua, delle colonie, delle leggi, dell’amministrazione e della coscrizione militare, Roma fuse tutte le popolazioni italiche del nord, del centro, del sud e delle isole in un blocco etnico, linguistico, culturale. Scipione, nel discorso alle truppe prima della battaglia di Zama (202 a.C.), poteva esortare i suoi soldati ricordandogli che era per l’Italia (e non solo  per Roma) che andavano a combattere.
Tra le discipline tradizionali dell’Antichità, la geografia sacra considerava l’Italia un’unità sacrale denominata “Saturnia Tellus”. Augusto, avendo chiamato a raccolta le sue schiere italiche contro l’orientalizzante Antonio e contro Cleopatra, ricevette dai nostri progenitori la "Coniuratio Italiae" ("Tota Italia iuravit in mea verba"). Dopo la vittoria finale, Augusto rese l'Italia un’entità politica distinta dalle province, legata all’Urbe e gestita direttamente dal Senato, divisa di 12 regioni molto simili a quelle attuali e dotata di un diritto proprio: lo “ius italicum”. Grande cantore dell'unità sacrale, politica e nazionale dell'Italia augustea fu Publio Virgilio Marone di Mantova, autore dell'Eneide (a buon diritto definita "Libro sacro degli Italici") e delle “Georgiche” (vedasi la “Laus Italiae” del Libro II).


Nei secoli successivi, all'interno prima dell'Impero Romano, poi sotto i re romano-barbarici e infine nel Sacro Romano Impero, l'Italia costituì sempre un’entità politica ben distinta e definita. Alla fine del II sec. d.C. Diocleziano istituì, nel quadro della sua riorganizzazione imperiale, la “Diocesis Italiciana”, con la quale Sicilia e Sardegna furono amministrativamente unite alla penisola (fine III secolo d.C.). Sotto gli Ostrogoti di Teodorico e (dopo la breve parentesi bizantina) durante la lunga dominazione longobarda (569-774 d.C.), l’Italia costituì un Regno unitario, ancorchè amputato, in età longobarda, dei vasti possedimenti rimasti sotto Bisanzio. Gli invasori longobardi, con il tempo, adottarono la lingua italica, ebbero sovrani che si fregiavano del titolo di "Rex totius Italiae" e ammettendo gli Italici nell'esercito e ai matrimoni misti, alla vigilia della conquista carolingia finirono per fondersi con questi ultimi. Il loro regno, conquistato da Carlo Magno, entrò a far parte come “Regno d'Italia” del Sacro Romano Impero. Questo Regno, che ebbe velleità indipendentistiche verso al fine del X sec. d.C. con sovrani come Berengario e Arduino, durò praticamente fino all’età napoleonica e tutti gli imperatori del Sacro Romano Impero succedutisi nei secoli furono incoronati suoi sovrani con la famosa “Corona Ferrea” che ancor oggi viene custodita a Monza.
La Nazione assumeva sempre più i tratti che oggi ci sono familiari: le sue energie esuberanti si sfogavano nell’espansione mediterranea delle Repubbliche Marinare, nel fiorire della civiltà comunale, nella nascita delle Università e nella riscoperta del Diritto Romano, infine nel consolidarsi dell’idea imperiale ghibellina. A cavallo del 1300, il fiorentino Dante Alighieri tradusse in versi e in prosa l’idea imperiale del grande Federico II di Hohenstaufen. Il sovrano svevo, come ricordò lo storico Kantorowicz, sognava di insediarsi in Roma (dove avrebbe riportato le “aquile” e i “fasci littori”) per renderla effettiva capitale di un Regno d’Italia a sua volta centro del Sacro Romano Impero. Dante, in opere come la “Divina Commedia” e il “De vulgari eloquentia”, ha dimostrato di possedere l’idea di un’Italia, delimitata nei suoi confini a nord, ovest ed est ("Suso in Italia bella giace un laco, a piè de l'Alpe che serra Lamagna sovra Tiralli, c'ha nome Benaco" (Inferno, XX, 61-63); "Si com'ad Arli ove Rodano stagna, si com'a Pola presso del Quarnaro,
che Italia chiude e suoi termini bagna" (Dante, Inferno 3, 113-4), linguisticamente ripartita nei 14 dialetti della lingua nazionale  (De vulgari eloquentia, I, X) e di un “vlogare illustre” comune (De vulgari eloquentia, I, X), auspicabile sede di una “curia regia” di tutti gli Italiani (De vulgari eloquentia, I, XVIII) e centro del potere imperiale (Purgatorio, VI, 76-114).
I secoli successivi videro l’idea nazionale rifulgere nell’opera di molteplici poeti e scrittori, due soli dei quali vogliamo ricordare in questa sede: Francesco Petrarca che cantò “Il bel paese ch'Appennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe” e Niccolò Machiavelli che nel “Principe” indicò l’obiettivo dell’indipendenza e dell’unità d’Italia e con i “Discorsi sulla Prima Deca di Tito Livio” additò agli Italiani l’esempio delle virtù politiche e militari di Roma antica. Grande fu la fioritura del Genio Italiano – abbeveratosi al retaggio dell’Ellade e di Roma – durante il Rinascimento. Nei secoli XVII e XVIII la comune identità nazionale (nella letteratura, nelle arti, nella musica, nelle scienze) si approfondiva con uomini come Giambattista Vico (l’autore della “Scienza Nuova e del “De antiquissima Italorum Sapientia”), lo storico Ludovico Antonio Muratori e l’istriano Gian Rinaldo Carli (autore nel 1765 dello scritto “La Patria degli Italiani”). Attraverso il pensiero e l’azione dei grandi Italiani che animarono il Risorgimento Nazionale e condussero le guerre per l’Indipendenza e  l'Unità della Patria, fino alle guerre coloniali e alla Grande Guerra del 1915-18, si giunse alla Rivoluzione Fascista, culmine politico e sociale dall'esperienza dello Stato Nazionale Unitario, sorto nel 1861 e ancor oggi occupato dalle forze militari straniere che arrivarono nel lontano 1943.
Forti di tre millenni di storia e di una civiltà che tutto il mondo conosce e ci invidia, dobbiamo guardare con distaccato disprezzo alle miserevoli diatribe tra chi falsifica la storia negando l'esistenza della Nazione e i vecchi politici della cosiddetta Prima Repubblica, che rispolverano ipocritamente il finto patriottismo d’occasione dopo avere per 60 anni praticato la negazione continua, sistematica e generalizzata dell'idea nazionale italiana nella scuola, nella cultura, nei mass media. Le radici della stirpe, la terra dei padri e la tradizione nostra, per noi, si compendiano nella parola ITALIA. Sulla scena politica mondiale, per contribuire a quell'Europa unita, indipendente e armata che noi vogliamo, dobbiamo combattere questa Unione Europea imposta dai banchieri e succube all’atlantismo.
La gente oggi non conosce quello che ogni bimbo dovrebbe succhiare con il latte materno, l'amore per la Patria. Noi dobbiamo proclamare a gran voce la difesa dell’Italianità e non ripetere l'errore fatto per tanti anni dalla cosiddetta destra, che di tutto si interessava tranne che della nostra Nazione, della sua identità, della sua storia, del suo ruolo e dei suoi interessi nel mondo. Oggi, come Italiani, dobbiamo riproporre un'idea forte della Nazione, intesa come comunità etnica, linguistica, culturale e politica forgiata dallo spirito creatore di Roma, da secoli di civiltà e da 150 anni di unità statuale, destinata a proseguire nei secoli la sua missione civilizzatrice universale all’interno di una più vasta comunità delle Nazioni europee. Occorre altresì rifiutare ogni negazione, anche larvata, dell’unità nazionale, ma anche il patriottismo peloso di chi ha per decenni depresso il sentimento nazionale e che ora lo riscopre in maniera strumentale e insincera. E’ vero infatti che l’Indipendenza e l’Unità della Nazione, oggi, si difendono non solo e non tanto contro le spinte separatiste, ma anche e soprattutto contro le ben più pericolose minacce che imperversano: immigrazione e denatalità, espropriazione della sovranità politica, monetaria e militare, globalizzazione e perdita dell’identità culturale.
Vertú contra furore prenderà l'arme, et fia 'l combatter corto: ché l'antiquo valore ne gli italici cor' non è anchor morto (Francesco Petrarca)


Share/Bookmark

    Ultimi 5 Commenti

    Il Presidente

    Social Network

    I più letti della sett.

    Lettori fissi