LE ‘NOSTRE’ PAROLE DI ZARATHUSTRA

Postato da Admin il 08 SET 2011

"L’editio sincera di Nietzsche, la collezione “Alter ego” di Ar, che ospita i testi del grande filosofo tedesco con l’originale a fronte, è giunta alla prova decisiva: la versione dello Zarathustra. Opera da far tremare le vene e i polsi per la profondità teoretica, per la purezza stilistica, per il labirinto di echi e rimandi in essa contenuti (illuminati con sorprendente virtuosismo dal Curatore). Il volume (di 590 pagine) vedrà la luce tra qualche mese, ma, data la sua importanza, vi proponiamo di divenirne già sottoscrittori da ora.

LE "CENTURIE NERE" PRECURSORI RUSSI DEL FASCISMO?

Postato da Admin il 28 giu 2011

"Il Fascismo non è nato in Italia e in Germania. Ebbe la sua prima manifestazione in Russia, col movimento dei “Cento Neri”, completo già all’inizio del 900 nelle sue azioni e nei suoi simboli: la violenza politica, l’antisemitismo feroce, i neri stendardi col teschio. “Maurizio Blondet in -Complotti- (Il Minotauro, Milano, 1996, pag.83)...

Steno Lamonica intervista Silvia Valerio

Postato da Admin il 07 SET 2011

Silvia Valerio, ha pubblicato nel 2010 il libro “C’era una volta un presidente”, la fabula milesia dei suoi diciott’anni. Tutt’attorno, eroi, prove, comparse, antagonisti, e qualche apokolokyntosis. "L’invidia… talvolta, in uno di quelli che volgarmente chiamano trip mentali, vedo di fronte a me una nuova versione del Giudizio Universale, un po’ psichedelica e sadica, dove Dio, o chi per lui, affossa ed esalta in base alle reazioni delle anime di fronte a un’opera di Botticelli. Lo so, sono rimasta scioccata da chi al liceo sosteneva che Botticelli i piedi li disegnasse male."

COME IL MONDO ANTICO È DIVENTATO CRISTIANO

Postato da Admin il 27 Set 2011

"Da parte di diversi autori è stato osservato che il cristianesimo si è potuto diffondere con relativa rapidità nel mondo antico, incontrando relativamente poca resistenza, in una maniera che è stata paragonata a un contagio, un'epidemia le cui cause sembrano in qualche modo misteriose, nonostante la sua evidente carica di sovversione e dissoluzione nei confronti del mondo e della cultura antichi.

La Spagna tra Goti Arabi e Berberi in uno degli ultimi scritti di J.A.Primo De Rivera

Postato da Admin il 21 Ott 2011

Ebbe a scrivere Maurice Bardeche in “Che cosa è il Fascismo” (Volpe, Roma, 1980, pag.47) “Il solo dottrinario di cui i fascisti del dopoguerra accettano le idee all’incirca senza restrizioni, non è né Hitler né Mussolini, ma il giovane capo della Falange, il cui destino tragico lo sottrasse all’amarezza del potere ed ai compromessi della guerra”, Frase bellissima come tante altre nel libro del Bardeche, ma che non ha mai completamente convinto chi scrive.(1).

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Genocidio dei Nativi americani (“pellirosse”); da 5 a 7 milioni di persone massacrate dagli yankee USA nel corso del XIX secolo (genocidio ancora in corso in forma “soft”, negando l'accesso all'assistenza pubblica e alle risorse fondamentali).

Genocidio per fame degli Ucraini negli anni '30, mediante carestia provocata da parte del governo sovietico, numero imprecisato, diversi milioni di persone.

Internati nei gulag staliniani: oltre 20 milioni di persone fatte morire di stenti.
4 milioni di vittime civili dei bombardamenti angloamericani in Europa.

Vittime civili dei bombardamenti americani sul Giappone, fra cui gli abitanti di due città (Hiroshima e Nagasaki) distrutte con armi nucleari quando il Giappone aveva già chiesto la resa.

Tedeschi residenti a est del fiume Oder massacrati dall'Armata Rossa, 3 milioni di vittime.

Italiani della sponda orientale dell'Adriatico massacrati dai comunisti jugoslavi, numero imprecisato.
Da 3 a 7 milioni di civili tedeschi e prigionieri di guerra fatti deliberatamente morire di stenti dagli Americani (piano Morgenthau).

Tibetani sterminati dai comunisti cinesi; numero imprecisato, diversi milioni, genocidio ancora in corso.

Uighur – popolazione di etnia turca del Sinkiang – sterminati dai comunisti cinesi, genocidio ancora in corso.

Persone fatte morire di stenti nei laogai – i gulag cinesi – numero imprecisato, parecchi milioni, genocidio ancora in corso (i laogai hanno una “popolazione carceraria” stabile attorno ai 200 milioni di persone).

Auto-genocidio; da 2 a 3 milioni di persone massacrate dai Khmer Rossi in Cambogia.

Civili afgani massacrati dall'Armata Rossa, circa 3 milioni di persone.

Arabi palestinesi massacrati dagli Israeliani, numero imprecisato, genocidio ancora in corso.

Curdi iracheni massacrati da Saddam Hussein nel 1991 con la complicità degli Stati Uniti (gli Americani interruppero la prima Guerra del Golfo per permettere a Saddam Hussein di aggredire i villaggi curdi con i gas nervini).

Popolazione bianca dell'ex Rhodesia e della Repubblica Sudafricana massacrata da “rivoluzionari” africani generalmente d'ispirazione comunista; numero imprecisato, genocidio ancora in corso (generalmente di questo genocidio in Europa non si parla “per non parere razzisti”).

Perché ricordarsi di un solo genocidio? Forse perché è l'unico attribuito ai vinti della seconda guerra mondiale?

I vincitori del conflitto si nascondono dietro il cosiddetto olocausto (o “shoah”) per mascherare il fatto che le loro mani grondano e continuano a grondare di sangue!


Fabio Calabrese


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di Fabio Calabrese

Un sistema totalitario (e la democrazia lo è, si veda sempre sul sito del Centro Studi La Runa il mio testo La tirannide democratica) ha due tipi di strumenti per plagiare le coscienze dei propri sudditi: la censura e la propaganda. La prima consiste nell'impedire l'accesso ad informazioni essenziali, la seconda nel far credere ai sudditi informazioni false e utili al potere. Abbiamo visto l'aspetto censorio della guerra democratica alla conoscenza, vediamo ora quello propagandistico.
 Se avete letto il mio articolo L'altra faccia della stupidità, forse vi sarete chiesti quale è la prima faccia. Ammetto di essere stato alquanto cattivo nella mia affermazione.
La stupidità a cui alludevo era l'errata identificazione dei concetti di evoluzione e di progresso, equivoco che sta alla base della repulsione che esiste “a destra” verso l'evoluzionismo darwiniano, pessima scelta che alla fine non lascia altra alternativa che quella di ricadere nel creazionismo, e questo è un motivo importante che può spiegare la conversione di molti tradizionalisti da evoliani a cattolici, e costituisce un vero “buco” nella dottrina.

Forse sarebbe stato più giusto parlare semplicemente di ingenuità, perché non bisogna dimenticare che le persone della nostra “area” si trovano a dover controbattere un imponente sistema mediatico-culturale-politico schierato contro di noi. Nell'articolo di cui sopra, ho adottato una tattica diversa: invece di polemizzare coi camerati, era più saggio mostrare a quali contorcimenti intellettuali sono costretti, quante stupidaggini sono costretti a dire gli evoluzionisti democratici per evitare di arrivare alle ovvie conclusioni insite nella teoria darwiniana della selezione naturale, selezione dei più adatti che è, in poche parole, la negazione della legge democratica del numero.

Tuttavia, tra l'antievoluzionismo di destra e l'evoluzionismo democratico, esiste anche una terza faccia della stupidità, che in verità è la prima e la più diffusa, ossia l'affermazione pura e semplice del creazionismo, dell'autorità di per sé del testo biblico, del fanatismo religioso in spregio alla logica, al buon senso, alle prove scientifiche.

Noi in Europa, soprattutto nei Paesi cattolici abbiamo un'idea del cristianesimo strettamente legata alla Chiesa cattolica, un'istituzione rigida, lenta a reagire, ponderata fino alla pesantezza, stentiamo ad avere idea di quanto possa essere virulento e aggressivo il fondamentalismo religioso nell'ambiente puritano-protestante, soprattutto americano. In realtà costoro, con a disposizione quantità enormi di denaro, sedicenti università e ogni sorta di mezzi per avallare il punto di vista biblico, stanno conducendo una vera e propria controffensiva contro la cultura laica.

Pretendere dopo tremila anni di trovare tracce, ad esempio del passaggio degli Ebrei guidati da Mosè nel Sinai, è semplicemente ridicolo, anche perché chissà quanti accampamenti di beduini si saranno sovrapposti nella zona nell'arco di tre millenni. Oppure, sappiamo che sulle pendici del monte Ararat in Armenia c'è una formazione rocciosa che può vagamente ricordare la prua di un'imbarcazione, ed è stata prontamente identificata con quel che rimarrebbe dell'arca di Noè (Non c'è da stupirsi che il monte Ararat sia citato nella bibbia; è probabile che quella formazione abbia dato origine alla leggenda, più vecchia della bibbia stessa, di origine sumerica e riportata nel ciclo di Gilgamesh). Alcuni anni fa, dei “ricercatori” creazionisti riportarono dei frammenti di legno della zona. La risposta del carbonio 14 è stata implacabile: erano di età bizantina, forse parte della capanna di qualche eremita.

Ma c'è di peggio. Immagino che non molti di voi conoscano la sigla OOPArts. Si tratta, come è facile capire, di un acronimo inglese che sta per “Out of Place Artifcts”, letteralmente “oggetti fuori posto”, o se vogliamo anacronismi, cioè oggetti che appaiono estranei al contesto storico nel quale sono stati ritrovati. La categoria è molto vasta, e comprenderebbe ad esempio ossa (umane o animali) preistoriche con segni di arma da fuoco, oggetti a elevata tecnologia nell'antichità, e via dicendo.

Ora, si comprende bene che qualora fosse dimostrata l'esistenza di veri OOPArts, le spiegazioni per essi potrebbero essere diverse. Tra i 50-100.000 anni da cui si suppone esista la nostra specie e i cinque millenni di storia documentata, sarebbero potuti esistere più di un ciclo di evoluzione della civiltà e ricaduta nella barbarie. Volendo, si potrebbero anche ipotizzare contatti con extraterrestri o viaggi nel tempo. I creazionisti però hanno confiscato e svilito questa tematica per contestare la cronologia della scienza laica dei miliardi di anni, e ridurla ai pochi millenni della narrazione biblica, il che non lascerebbe il tempo per lo svolgersi dei processi evolutivi. E' difficile coniugare meglio di così arroganza, dogmatismo e mancanza d'immaginazione. I creazionisti sembrano davvero avere il dono contrario a quello di re Mida, di svilire e trasformare in immondizia tutto quello che toccano.

A tutt'oggi noi non conosciamo alcun OOPArt che non rientri in una di queste tre categorie: a) oggetti ritenuti “fuori posto” perché abbiamo sottovalutato il livello tecnico dei nostri predecessori, b) oggetti male datati o male interpretati, c) falsi.

Alla prima categoria appartengono ad esempio il meccanismo di Anticitera, un congegno a ingranaggi che funzionava come un complesso astrolabio in grado di determinare le posizioni del sole, della luna, dei pianeti sulla volta celeste, utilizzato per la navigazione, ritrovato fra i resti di una nave greca di età ellenistica naufragata; oppure le pile di Baghdad, antiche pile, rudimentali ma funzionanti, che erano probabilmente usate per dorare oggetti mediante elettrolisi.

Un caso lampante di OOPArt del secondo tipo è il cosiddetto “oggetto di Coso” (o sbrigativamente in italiano il “coso di Coso”), un oggetto metallico ritrovato a Coso in California negli anni '60 all'interno di quello che pareva un geode. Poiché queste formazioni minerali di struttura globulare cava con all'interno concrezioni cristalline impiegano milioni di anni a formarsi, sembrava sconvolgere tutta l'impostazione della geologia o della storia, o di entrambe, fu salutato dai creazionisti con ululati di gioia quasi fosse stato il ritrovamento del Santo Graal. In realtà il geode si è rivelato non essere altro che una palla di fango essiccato, e l'oggetto una vecchia candela per automobili di un tipo usato negli anni '20.

La terza categoria, quella dei falsi, è probabilmente la più vasta. Citiamo due esempi plateali: i teschi di cristallo, che sono stati fonte d'ispirazione anche per Stephen Spielberg, e le pietre di Ica.

Il “capostipite” dei teschi di cristallo, il “Mitchell-Hedges”, fu fatto ritrovare dall'archeologo Frederick Mitchell-Hedges dalla figlia tredicenne fra le rovine di una città maya nel Belize il giorno del suo compleanno, in modo che la ragazzina fosse convinta di aver fatto un'importante scoperta archeologica, e purtroppo l'inganno riuscì ben oltre le benevole intenzioni, ma era un oggetto di fattura moderna, prodotto – pare in Germania – alcuni decenni prima; gli altri sono “saltati fuori” per imitazione, e nessuno è stato mai trovato in un contesto archeologico purchessia.

Le pietre di Ica sono delle pietre provenienti dal Perù, incise con raffigurazioni di animali preistorici e di uomini con strumenti di fattura moderna, e tutta una serie di anacronismi; se fossero davvero di fattura incaica, ci sarebbe di che sconvolgere le fondamenta della storia umana e di quella naturale. E' risultato che sono state prodotte da due contadini, che hanno confessato di esserne gli autori: hanno cominciato per scherzo, poi sono andati avanti perché la cosa era diventata un interessante business.

Gli unici veri OOPArts, oggetti “fuori posto” rispetto alla “conoscenza” accademica e paludata (ma non servono alla causa del creazionismo yankee, semmai tutt'altro) sono le tavolette di Tartaria, l'ascia di rame dell'uomo del Similaun di mezzo millennio più antica di analoghi strumenti mediorientali, per non parlare di Stonehenge, di Newgrange, dei templi megalitici maltesi, tutte le prove chiare ed evidenti che dimostrano che l'Europa antica era molto più civile di quanto ci viene raccontato, e relegano lo schema storico di derivazione biblica nel limbo delle falsità e delle chimere.

Gli OOPArts, sebbene interessino tantissimo i fondamentalisti americani, non paiono interessare più di tanto il mondo cattolico anche perché quest'ultimo in genere preferisce evitare l'attacco frontale contro la teoria evoluzionista; tuttavia anche il cattolicesimo ha il suo OOPArt favorito, è l'oggetto che conosciamo come sacra sindone. Che questo “sacro lenzuolo” abbia veramente avvolto il corpo di Cristo nel sepolcro, ci vuole una discreta dose di credulità per ritenerlo possibile. Prima di tutto, il vangelo non parla di un lenzuolo ma di bende, poi l'immagine anteriore e quella posteriore del sudario sono sfalsate, come se chi l'ha realizzata avesse messo a contatto la parte anteriore e quella posteriore del lenzuolo con il corpo (o la statua) impregnato di aloe che doveva fare da modello, imprimersi sul lenzuolo, in due momenti diversi, il che tra l'altro spiegherebbe perché mai la doppia immagine sulla sindone non presenti le deformazioni che normalmente si formerebbero ripiegando il lenzuolo stesso per avvolgere il corpo; infine, la mano sinistra è nettamente più lunga della destra; o “l'uomo della sindone” era affetto da un'anomalia rarissima, oppure si tratta di un errore dell'artista che ha realizzato la statua o il manichino servito da modello alla sindone stessa.

Tuttavia, la prova decisiva viene dai test col carbonio 14 che hanno dimostrato che le sindone risale al XIII secolo, guarda caso, non prima che le cronache medievali comincino a parlarne. I “sindonologi” cattolici, invece di arrendersi all'evidenza, sono passati al contrattacco contestando la validità scientifica del metodo del radiocarbonio. Ora, guarda caso, in Spagna, a Oviedo, si conserva una benda che sarebbe invece il sudario che avrebbe avvolto il viso di Gesù durante la deposizione; in realtà si tratta di un grande fazzoletto macchiato di sangue, nient'altro. Anche il sudario di Oviedo è stato sottoposto all'esame del carbonio 14 che ha dato come risultato il VII secolo; più vecchio della sindone, ma siamo comunque lontani dall'età di Cristo. Anche questo risultato è stato vivacemente contestato dagli “studiosi” cattolici. Che strano, non è vero? Il metodo del carbonio 14 si dimostra affidabile in tutti gli altri casi, per datare oggetti di origine organica, ma perde del tutto la sua attendibilità quando si tratta di datare reliquie o altri oggetti religiosi!

Cerchiamo di capire una cosa: per secoli, durante l'età medievale ma soprattutto all'epoca delle crociate, si sono trovati faccia a faccia da una parte i cristiani, fanatici, ignoranti e creduli, dall'altra gli Arabi mussulmani, sicuramente allora come oggi astuti e affaristi. Che questi ultimi abbiano venduto ai primi – e fabbricato appositamente – paccottiglia di ogni genere in quantità enormi, spacciandola per reliquie della vicenda evangelica, è l'ultima cosa che possa stupire; è stato calcolato che se si mettessero insieme tutti i frammenti di legno della “vera croce” sparsi per l'Europa, si potrebbe costruire un'imbarcazione di discrete dimensioni, e non parliamo delle fiale di latte della madonna, delle penne delle ali dell'arcangelo Gabriele, dei santi di cui si conservano due o tre teschi per ciascuno. Per la legge dei grandi numeri, in mezzo a tutta questa massa di presunte reliquie, qualcuna fabbricata in modo più convincente, in grado di resistere più a lungo a indagini condotte con un minimo di acume critico, ci doveva pur essere!

Se un tempo la gente era ignorante perché tenuta lontana da qualsiasi fonte di conoscenza, oggi lo è perché subissata da un sistema mediatico che fa spesso e volentieri leva sul sensazionalismo, e “il sacro” al riguardo non fa certo eccezione.

La censura e la propaganda sono le armi della guerra contro la conoscenza di un sistema totalitario, e il demo-progressismo-cristianesimo lo è. Non si può obiettivamente negare che in alcuni momenti di una storia bimillenaria il cristianesimo abbia avuto anche effetti positivi, ad esempio quando è stato un punto di coagulo della resistenza europea contro le aggressioni islamiche, prima quella araba, poi quella ottomana, ma oggi non è più così: da un lato le chiese cristiane vorrebbero indurci a spalancare le porte all'invasione extracomunitaria, dall'altro l'ideologia giudeo-cristiana o cristiano-sionista che dir si voglia è in maniera sempre più marcata l'ideologia auto-referenziale del “nuovo Israele”, dei nostri dominatori a stelle e strisce, che dovrebbe giustificare ai loro ma anche ai nostri occhi la loro egemonia.
 Lottare per la verità non è mai stato tanto come oggi lottare per la nostra sopravvivenza.


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di Fabio Calabrese

Come la storia dell'Asia è molto diversa da quella che di solito ci viene raccontata, la stessa cosa può valere per l'America precolombiana. Secondo la versione ufficiale, le Americhe sarebbero state popolate a partire da 20-12.000 anni fa da popolazioni giuntevi dall'Asia orientale attraverso il ponte di terra emersa che, a causa del più basso livello degli oceani, durante l'età glaciale si trovava dove oggi è lo stretto di Bering; sono state riconosciute quattro ondate; la più antica avrebbe portato nel Nuovo Mondo gli antenati dei Fuegini (gli abitanti della Terra del Fuoco) e dei Pericu della Bassa California. Costoro, incalzati da popolazioni più progredite e dinamiche, si sarebbero man mano ritirati sempre più verso l'estremità meridionale del continente americano e la Terra del Fuoco, con l'eccezione dei Pericu che sarebbero rimasti imbottigliati nel lungo e stretto dito formato dalla penisola californiana.

La seconda ondata sarebbe rappresentata invece dagli Amerindi veri e propri, gli antenati della maggior parte delle popolazioni e delle culture precolombiane. Circa ottomila anni fa, una terza ondata sarebbe stata rappresentata dai precursori del gruppo Na-Dene di cui fanno parte oltre ai Navajo degli Stati Uniti, diverse popolazioni del Canada e dell'Alaska, infine in età ormai storica, non attraverso l'istmo che non esisteva più, ma superando il braccio di mare gelato dello Stretto di Bering, sarebbero giunti nel Nuovo Mondo gli Inuit che noi conosciamo come Esquimesi.
Questa è la versione ufficiale del popolamento dell'America precolombiana; c'è solo un piccolo particolare: i conti non tornano, perché si hanno tracce di popolamento umano nelle Americhe risalenti a 40.000 anni fa, un tempo almeno doppio o triplo rispetto a quello in cui sarebbero iniziate le ondate migratorie attraverso l'istmo o lo stretto di Bering. Chi erano questi paleo-americani che avrebbero preceduto gli Amerindi?
Nel 1999 due archeologi dello Smithsonian Institute, Dennis Stanford e Bruce Bradley, studiando l'industria litica Clovis, la più antica del continente americano, hanno scoperto che essa non presenta nessuna somiglianza con quella della Siberia da cui provengono gli antenati degli Amerindi, ed ha invece una somiglianza spiccata con un'industria litica europea, quella solutreana. Non basta. Sebbene il sito che ha dato il nome a questa cultura, Clovis, appunto, si trovi nel Nuovo Messico, la maggior parte dei siti in cui compaiono questi manufatti si trova nell'est degli attuali Stati Uniti, concentrata soprattutto attorno alla Chesapeake Bay, la grande baia che lambisce tre stati: Virginia, Delaware e Maryland, oltre al Distretto di Columbia: una disposizione che suggerisce una provenienza dal mare ed un irradiamento da est verso ovest.
Nell'età glaciale, argomentano Stanford e Bradley, il livello degli oceani era significativamente più basso di oggi a causa della grande quantità di acqua imprigionata sotto forma di ghiaccio sulle masse continentali, inoltre un'ininterrotta “linea costiera” di ghiacci si estendeva dalla sponda europea a quella americana dell'Atlantico inglobando l'Islanda e la Groenlandia.
Per dei cacciatori solutreani che si spostassero lungo di essa a bordo di canoe dando la caccia a foche ed altri animali marini, ipotizzano i due archeologi, raggiungere il Nuovo Mondo sarebbe stato tutt'altro che impossibile.
Uomini bianchi avrebbero lasciato tracce imponenti nelle tradizioni americane; all'epoca della conquista erano diffuse leggende su uomini di pelle bianca e barbuti che sarebbero comparsi all'improvviso dopo una catastrofe naturale per aiutare i nativi e portare loro una forma più elevata di civiltà; talvolta un uomo solo, più spesso un gruppo comunque identificato con il nome del suo leader: Viracocha in Perù, Quetzalcoatl o Gucumatz nell'America centrale, ed è anche noto come il ricordo di questi uomini divinizzati dai nativi spianò la strada alla conquista da parte degli Spagnoli, la cui invasione fu scambiata per il ritorno di Quetzalcoatl o Viracocha.
Questa è la descrizione di Quetzalcoatl raccolta dal cronista spagnolo Juan de Torquemada riportata da Graham Hancock nel libro Impronte degli dei:
“Un uomo biondo dalla carnagione rubizza e una lunga barba”.
Un'altra fonte, sempre riportata da Hancock, parla di:
“Un individuo misterioso ... un uomo bianco dalla corporatura robusta, la fronte ampia e una barba fluente”.
Ma leggende e descrizioni dello stesso genere, di uomini bianchi e barbuti che di volta in volta prendono il nome di Quetzalcoatl, di Viracocha, di Gucumatz, sono frequentissime in tutta l'America amerindia.
Non mancano in tutta l'America precolombiana raffigurazioni di uomini dai lineamenti europidi, come questa, di cui ci parla sempre Graham Hancock:
“La tomba di Pacal [nella piramide di Palenque] aveva almeno mille anni più di tutti i tesori di La Venta. Tuttavia, adagiata nel sarcofago vicino allo scheletro, era stata rinvenuta una minuscola statuetta di giada, che all'apparenza era molto più antica di tutti gli altri cimeli tombali. Raffigurava un anziano europide avvolto in lunghe vesti e con una barba a pizzo” (6).
Come potevano gli artigiani amerindi aver scolpito una simile raffigurazione millenni prima di Colombo se, come pretende la storiografia ufficiale, non avevano mai visto un uomo bianco?
Tuttavia le tracce di una presenza “bianca” nelle Americhe molto più antica di Colombo ed anche delle spedizioni vichinghe non si trovano solo nelle leggende. gli Spagnoli giunsero in Perù, ad esempio, notarono con sorpresa lineamenti “europei” e carnagione chiara fra i membri dell’aristocrazia incaica. In particolare le “coyas”, le “care donne” scelte fra le più belle ragazze di alto lignaggio per formare l’harem dell’Inca, erano di pelle più chiara di quella degli Spagnoli.
Questo non è certamente tutto: intere popolazioni dai lineamenti inspiegabilmente “caucasici”, “bianchi”, “europei” furono osservate sia nell’America settentrionale che in quella meridionale.
La più nota fra queste, probabilmente, è quella dei Mandan, una tribù di “amerindi” oggi estinta che abitava nella zona del bacino del Mississipi-Missouri che colpì gli Europei per la sua carnagione chiara, i lineamenti di tipo europide, i capelli spesso biondi dei suoi membri.
Su questi strani “indiani” è disponibile on line un articolo di Giuseppe Pirazzo e Francesco Vitale, Il mistero degli indiani Mandan, di cui riporto alcuni stralci:
“A partire dal XVII secolo, vari esploratori vennero in contatto, nella regione dell'America Settentrionale corrispondente all'attuale stato del North Dakota, con una tribù di Indiani, i Mandan, aventi caratteristiche somatiche tipicamente europee (capelli biondi o rossi, occhi azzurri e pelle chiara). Per spiegare tali peculiarità, gli Autori espongono le varie teorie avanzate dagli studiosi, a partire da quelle, coeve con la scoperta di questi Pellirosse, che li volevano discendenti dai Gallesi, fino a quelle, più recenti, che li vogliono discendenti dai Vichinghi”
“All'inizio del 1805 Clark cominciò a contattare questa tribù di Indiani, che non mancò di attirare la curiosità di tutti gli esploratori. Innanzi tutto avevano la pelle chiara; molti avevano gli occhi azzurri o grigi e alcuni avevano i capelli castani o rossi; i vecchi avevano i capelli bianchi, caratteristica insolita tra gli Indiani. (…).
Purtroppo, il mistero non poté essere risolto: alla fine dell'Ottocento, un'epidemia di vaiolo sterminò tutti gli Indiani di quella tribù.
Nello stesso articolo, Pirazzo e Vitale fanno riferimento anche ad altre popolazioni native americane stranamente “bianche”:
“Gli Aracani, Indios della Bolivia, hanno caratteristiche somatiche molto vicine a quelle, indoeuropee, dei "bianchi". Abitano nella città di Tiahuanaco, ma sono presenti, in minor numero, nelle zone bagnate dal Rio Guaporé, fiume che, presso il confine con il Brasile si unisce al Rio Beni, formando il Rio Madeira” (7).
Notiamo che si parla proprio di una popolazione che abita la zona dove si trova uno dei complessi archeologici in assoluto più antichi e misteriosi dell’America meridionale, Tiahuanaco, la “Stonehenge del Sud America” come è stata definita.
Tuttavia, le prove più evidenti sono i reperti paleoantropologici, ed anche qui le evidenze sorprendenti non mancano. Fra di queste, forse la più notevole è rappresentata dal cosiddetto uomo di Kennewick, un nativo americano vissuto circa 9.000 anni fa, i cui resti furono ritrovati nel 1998, appunto a Kennewick, località dello stato di Washington sulle rive del fiume Columbia, e si tratta di uno degli scheletri meglio conservati di antichi nativi americani di cui disponiamo. Dalle analisi del cranio e dalla ricostruzione dei lineamenti facciali che sono state effettuate, è risultato che l’uomo di Kennewick aveva lineamenti prettamente caucasici.
Perché esiste una censura, un coverage delle informazioni su questi argomenti? Perché qui non si tratta solo della storia delle antiche civiltà, il problema è attuale e politico nella misura in cui la conoscenza del passato determina l'idea che abbiamo di noi stessi: rischiamo di scoprire che alla base delle antiche civiltà dell'Asia come delle Americhe vi potrebbe essere un antico popolamento caucasico, e magari potrebbe venirci il sospetto che l'uomo caucasico/europide sia effettivamente il Leistungmensch, l'uomo creativo, che vi sono popoli creatori, altri portatori ed altri ancora distruttori di civiltà; una consapevolezza che sarebbe estremamente pericoloso che recuperassimo, nel momento in cui si è decisa la sparizione dell'uomo europeo/caucasico nella maniera più indolore possibile nel nostro stesso continente ancestrale. Chissà, in un soprassalto di orgoglio potremmo anche decidere di riprendere in mano il nostro destino.


Fine 2^ parte



Note:

6.     Graham Hancock: Impronte degli dei (Fingerprints of the Gods), RCS libri, Milano 2005.
7. Giuseppe Pirazzo e Francesco Vitale: Il mistero degli indiani Mandan on line, “Episteme” www.volta.alessandria.it/episteme/ep6/ep6-mandan.htm


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     di Fabio Calabrese

Oggi cristianesimo e democrazia sono i peggiori nemici del sapere, in difesa dell'autorevolezza di un libro anacronistico che si continua a pretendere “sacro”, e per far valere a tutti i costi il dogma dell'uguaglianza degli uomini.
In Origini del monoteismo e sue conseguenze in Europa (1), Gianantonio Valli e Silvano Lorenzoni, parlando dello studio delle differenze psicologiche fra i diversi gruppi umani che stanno alla base delle differenze religiose, hanno osservato che da questo punto di vista “Nel 1945 in Europa sono calate le tenebre”.
Lo studio delle differenze fra gli uomini e fra i gruppi umani, fra le razze – diciamola pure questa parola tabù – che è tutt'altra cosa da politiche di discriminazione o tanto più di sterminio, è stato soppresso, cancellato, demonizzato per fare posto al dominio incontrastato del dogma democratico dell'uguaglianza, e oggi l'Europa si trova a dover affrontare un imponente fenomeno di immigrazione allogena, non solo con le mani legate, ma con gli occhi chiusi.

Come se questo non bastasse, occorre tenere presente che gli Stati Uniti, diventati la potenza egemone a livello planetario dopo la seconda guerra mondiale e ancor più dopo il crollo dell'Unione Sovietica, hanno imposto e stanno sempre più imponendo il loro modello “culturale” e di costume a un' Europa sempre più plagiata, una “cultura” rozza e superficiale con modi di pensare rudimentali in confronto a quelli che l' Europa ha sviluppato nella sua storia, e quel che forse è ancora peggio, venata da un fondamentalismo religioso che è l'eredità diretta dei fanatici puritani e calvinisti che hanno fondato le colonie da cui gli Stati Uniti stessi hanno avuto origine.
Io vorrei qui riprendere le tematiche contenute in due articoli già presenti sul sito del Centro Studi La Runa: La mistificazione della storia e L'altra faccia della stupidità.
La mistificazione della storia nasce direttamente dal cristianesimo, dal fatto che la nostra cultura si è organizzata attorno a un antico libro mediorientale ritenuto nientemeno che “la parola di Dio”. Tutte le rivoluzioni scientifiche, da Copernico a Galileo, a Darwin sono state degli affrancamenti dall'influenza biblica, tuttavia questo liberarsi dalla disastrosa influenza della sedicente “parola di Dio” che è avvenuto nell'astronomia e nelle scienze naturali è finora del tutto mancato nelle scienze storiche. La storia antica, quella che viene insegnata nelle scuole, è impostata ancora oggi secondo un'ottica che è biblica, che enfatizza il Medio Oriente (che era l'unica parte del mondo che gli estensori del cosiddetto sacro testo conoscessero) e tiene in assoluto non cale l'Europa.
Ancora oggi gli archeologi, tutte le volte che in Medio Oriente trovano due paraventi di canniccio, le tracce di una capanna, quattro cocci di vaso, annunciano la scoperta di “una nuova civiltà”, mentre Stonehenge, Carnac, la tomba megalitica di Newgrange in Irlanda, i tumuli di Heuneburg in Germania o i templi megalitici dell'isola di Malta sembra che non dicano loro nulla.
Davvero l'evidenza non sembra dotata di alcun potere contro l'ossessione biblica: ad esempio, studiando la storia dell'Europa antica, troviamo un gran numero di popolazioni non indoeuropee (né del resto camitiche o semitiche) insediate nella stessa area euro-mediterranea e affini in termini antropologici e culturali: Iberi, Liguri (che un tempo popolavano tutta la Francia meridionale, Etruschi, Minoici, Pelasgi; perché non postulare allora un quarto ramo “mediterraneo” della famiglia caucasica? Non si può perché secondo il racconto biblico i figli di Noè erano tre. E le popolazioni non caucasiche? Forse i loro antenati sono giunti sul nostro pianeta a bordo di UFO?
Questo modo deformato di vedere le cose si mantiene attraverso un sistema di censure; ad esempio, si è evitato che arrivasse al grosso pubblico, e tanto meno sui libri di scuola una scoperta vecchia ormai di più di mezzo secolo avvenuta nei pressi di Turda in Romania dove in un sito appartenente alla cultura Vinca sono state ritrovate le cosiddette “tavolette di Tartaria”, tavolette di argilla che contengono i più antichi esempi di scrittura noti a livello mondiale, più vecchi di mille anni dei più antichi pittogrammi sumerici.
Ma vogliamo scherzare? In un'epoca in cui si cerca ti trasformare l'Europa economicamente e culturalmente in una periferia degli Stati Uniti ed etnicamente in un sobborgo del Terzo Mondo, vi pare che si possa lasciar divulgare qualcosa che ricordi agli Europei l'antichità della loro cultura, la grandezza del loro passato, l'orgoglio di essere tali?
Tanto più che gli Stati Uniti sulla base della bibbia, e di quella che ben si potrebbe chiamare la loro bibliolatria, hanno costruito la pseudo-identità della loro non-nazione e non cessano di proclamarsi e di considerarsi il “nuovo Israele”.
La mistificazione della storia è nato come condensato di un lavoro molto più ampio, un libro che finora non ho avuto modo di pubblicare (speriamo in futuro), dove rimetto in discussione tutti i concetti sui quali si basa la versione ufficiale della storia delle civiltà. Per motivi di sintesi, l'articolo si concentrava sulla storia del nostro continente, ma nel libro esaminavo anche alcuni aspetti ignorati della storia delle civiltà extraeuropee, e anche qui vengono fuori cose molto interessanti.
Oggi sembra che sia una cosa sconveniente, “politicamente scorretta” anche soltanto porsi simili interrogativi, ma i ricercatori del XIX secolo si sono dati parecchio da fare a elaborare ipotesi circa le origini delle popolazioni indoeuropee e caucasiche, e molti allora si orientarono nel porre l'origine dei popoli caucasici in quell'Asia centrale che oggi è il dominio delle popolazioni di ceppo mongolico. Questo avveniva per un motivo preciso: noi troviamo popolazioni di tipo caucasoide stanziate sia a occidente sia a oriente dell'area mongolica: riconducibili a un ancestrale tipo caucasico appaiono essere sia i Dayaki del Borneo, sia gli Ainu dell'isola di Hokkaido nel Giappone settentrionale sia Polinesiani, certamente stanziati in Asia orientale prima di avventurarsi nelle acque del Pacifico. Era logico supporre che le popolazioni caucasiche si fossero originate nel cuore dell'Asia e si fossero divise in due rami, uno direttosi verso ovest avrebbe dato origine alle popolazioni “bianche” occidentali, l'altro, direttosi verso oriente sarebbe stato l'antenato di Ainu, Dayaki e Polinesiani.
Oggi questa tematica è caduta in desuetudine, non perché siano state avanzate teorie diverse, ma perché è considerato sconveniente occuparsi di simili problemi, eppure popolazioni-relitto “bianche” emergono nel centro del continente asiatico e ritrovamenti archeologici in questo senso si sono moltiplicati. Ad esempio, nel dicembre 2008, il sito on line di “Ticino Libero” ha riportato una notizia sensazionale che avrebbe meritato ben altra rilevanza:
“Capelli e barba rossicci con spruzzi di grigio, un naso lungo e un’altezza considerevole, quasi 2 metri. Per la sepoltura era stato vestito con una lunga tunica di colore rosso e calzature in pelle, decorate.
Questa è la mummia, di aspetto visibilmente europeo e ben conservata, di un uomo che era morto (e forse vissuto) oltre 3000 anni fa nel deserto del Taklamakan, nello Xinjiang, una regione impervia nell’ovest della Cina (...).
Gli archeologi lo hanno chiamato “l’uomo di Cherchen” e lo hanno trasportato in un museo della capitale della provincia dell’Urumgi.
La mummia era stata rinvenuta con le mummie di tre donne e di un bambino piccolo; fanno parte di circa 400 mummie di razza celtica rinvenute nel deserto del Taklamakan e il loro stato di conservazione è migliore di quello delle mummie rinvenute nei siti archeologici egiziani.
[Nota: L'articolo su “Ticino Libero” riporta queste grafie, ma quelle più comuni sono “Urumci” e “Takla Makan”].
Una delle donne della tomba di Cherchen ha capelli castano chiaro, il viso e le mani dipinti con simboli e porta un vestito rosso riccamente ornato. La mummia del bambino è avvolta in una stoffa di colore bruno e sugli occhi ha due pietre blu
È notevole la somiglianza con le popolazioni celtiche dell’Età del Bronzo; l’analisi dei tessuti e la maniera in cui erano state tessute le stoffe hanno rilevato analogie con i vestiti indossati dai minatori di sale che vivevano nell’attuale Austria nel 1300 a. C.”.
Apprendiamo in primo luogo che la scoperta della mummia dell'uomo di Cherchen è stata fatta da Victor Mair, sinologo dell'università della Pennsylvania che, mentre accompagnava un gruppo di turisti in un museo di Urumci, capoluogo dello Xinjiang, avrebbe notato per caso le fattezze europidi della mummia esposta in una teca male illuminata. Da qui sarebbe poi risalito ad altre mummie sorprendentemente “europee” e “celtiche” provenienti sempre dalla zona di Cherchen. Altro fatto importante, perché illustra bene le condizioni in cui i ricercatori sono costretti a lavorare, le analisi del DNA che hanno permesso di accertare le caratteristiche “celtiche” di questa antica popolazione vissuta attorno all'XI secolo avanti Cristo, sono state condotte su campioni “rubati”, prelevati di nascosto, all'insaputa delle autorità cinesi che non l'avrebbero di certo consentito.
Per quale motivo il governo cinese ostacoli in tutti i modi queste ricerche, ciò non è affatto un mistero:
“Lo storico Ji Xianlin spiega [che] vi è in Cina un piccolo gruppo di separatisti etnici che hanno approfittato dell’occasione per fomentare disordini e pretendere una discendenza con questo antico popolo celtico” (2).
Così come il Tibet, il Sinkiang, oggi indicato con la grafia cinesizzata di Xinjiang, abitato dagli Uighur, un popolo di etnia turca e di religione mussulmana, è una di quelle regioni etnicamente non cinesi che la Cina comunista ha invaso, sottomesso e cerca in ogni modo di snazionalizzare.
Peggio, come sappiamo, la zona del Lop Nor è stata trasformata dalla Cina in un devastato poligono per esperimenti nucleari. Poiché proprio qui nell'anteguerra si concentrarono le ricerche di Sven Hedin finanziate dai Tedeschi miranti a scoprire le origini degli Indoeuropei, c'è da pensare che i Cinesi abbiano voluto punire la regione diventata per ciò stesso “fascista” con un processo di chiusura mentale e ottusità indotta assolutamente tipico dei seguaci di Marx.
Un'ipotesi molto verosimile collega le mummie di Cherchen ai Tocari, un'antica popolazione vissuta nel bacino del fiume Tarim, sempre nella regione del Sinkiang (o Xinjiang) che ci ha lasciato una copiosa letteratura di testi religiosi buddisti in una lingua non solo indoeuropea, ma appartenente al gruppo centum (le lingue indoeuropee sono divise, secondo la forma del numerale “cento”, in un ramo orientale, centum, comprendente i linguaggi celtici, latini e germanici, e in un ramo orientale, satem composto dalle lingue slave e da quelle indoiraniche). Questo risolve solo in parte l'interrogativo circa le mummie di Cherchen, perché a sua volta il popolo tocario rappresenta un bel mistero.
Forse costoro hanno lasciato discendenti o almeno parenti abbastanza stretti. Nelle alte valli del Pakistan, oggi ridotto a poche migliaia di sopravvissuti dalle incessanti persecuzioni islamiche, vive ancora oggi un popolo di biondi pagani tenacemente attaccato alle proprie tradizioni, i Kalash. Di questa popolazione praticamente sconosciuta nel mondo occidentale, aveva parlato Duccio Canestrini in un articolo pubblicato su “Airone” nel n. 98 del giugno 1989 (3):
Canestrini definisce i Kalash un' “isola pagana nel mondo islamico”, “rappresentano infatti l’ebbrezza, l’amore, la poesia e tutti i sentimenti pagani che abbiamo ereditato dalla civiltà del dio Pan”, ci racconta di “una terra d’Oriente abitata da gente bionda, di carnagione chiara, con occhi cerulei, che passa il tempo a bere e a cantare, e che sacrifica giovani maschi di capra a un ventaglio di dei. Tra gente che relega, vela e reprime le proprie donne, resistono i loro costumi sessuali, più rilassati e più gioiosi, che si manifestano soprattutto durante le feste. In un mondo clamorosamente devoto ad Allah, resiste il loro “profondo” politeismo, animato da divinità maschili e femminili, da fate con tre seni, da splendidi protettori delle vette, da numi solari e da cavalli soprannaturali”.
Ovviamente, costoro sono stati sempre odiati e ferocemente perseguitati dai mussulmani:
“ Purtroppo, la storia dei kalash coincide con l’inizio dei loro guai. A battezzarli kafiri (in arabo, “infedeli”) furono proprio i seguaci di Maometto che, nella loro gigantesca campagna di islamizzazione partita nel VII secolo dopo Cristo, giunsero ad accerchiare anche la patria dei kalash, chiamata Tsyam. Quegli “infedeli” si dimostrarono, però, degli irriducibili. Uguale insuccesso toccò l’anno Mille, al fondatore del ramo turco dei Ghaznavidi, Mahmud, il sultano conquistatore dell’India. E neppure i diecimila cavalieri dell’esercito di Tamerlano, il celebre discendente di Gengis Khan, ebbero ragione, quattro secoli dopo, delle roccheforti dei ribelli”.
Oggi però la pressione islamica mai cessata ha ridotto questo fiero popolo e la sua cultura sull'orlo dell'estinzione.
Riguardo alle loro origini, Canestrini ci racconta che:
“Gli antropologi culturali, infine, sottolineano la somiglianza di alcune caratteristiche della cultura kalash (come la figura dello sciamano, l’uso del tamburo nelle feste e la stessa vinificazione) con elementi tribali del Turkestan orientale, oggi politicamente cinese”.
Il Turkestan orientale, noto anche come Sinkiang o Xinjiang, la stessa regione dei Tocari e delle mummie di Cherchen. E' alquanto difficile considerare tutto ciò una coincidenza.
Altri elementi di grande interesse si ricavano da L'ultima falange macedone, un articolo apparso (purtroppo senza firma) su Digilander (4) al seguente link: http://digilander.libero.it/kisp/focus/selezioneita.htm
L'ignoto articolista ci racconta:
“Le persone che vedo [appartenenti a una popolazione affine ai Kalash, gli Hunza] sono notevolmente diverse dai pakistani di pelle scura dei bassopiani. Rosei nelle guance e bianchi di pelle, molti dei 50.000 Hunza hanno occhi blu, verdi o grigi, e capelli che variano dal giallo granturco al nero corvino. Alcuni ragazzi hanno anche capelli rossi e efelidi. Ma ancora più addentro le montagne, mi dicono, c'è un altra tribù, i Kalash, tra i quali la somiglianza con i presunti antenati europei è ancora più sorprendente” .
Ma il dato più sorprendente e incontrovertibile viene da una ricerca sul DNA dei Kalash condotta da un medico pachistano, il dottor Qasim Mehdi.
“Mehdi aggiunge che il DNA dei Kalash presenta inoltre un parentela genetica con gli italiani e i tedeschi”.
Sempre nel quadro di queste “isole” europidi che emergono da un mare turco-mongolo, non si può passare sotto silenzio il fenomeno dei kurgan, i grandi tumuli funerari che costellano le steppe eurasiatiche, ed è noto che l'antropologa di origine lituana Marija Gimbutas identificava la cultura madre dei kurgan con l'Urheimat, la patria ancestrale degli Indoeuropei. Ebbene, riguardo ai kurgan, un fenomeno che appare molto chiaro è, in presenza del mantenimento della medesima “facie” culturale, la sostituzione del tipo antropologico europide con quello mongolico. In proposito, alla voce “Kurgan” (5) Wikipedia riporta:
“Sebbene i kurgan siano un fenomeno essenzialmente culturale, si osserva che, nelle steppe occidentali (ma nelle fasi antiche fino anche in Mongolia e sui monti Sayan-Altai), i cadaveri intumulati manifestano caratteristiche europoidi. In particolare, data l'alta statura, la forma del cranio ed altre caratteristiche che si ritrovano frequentemente nei kurgan, si può certamente asserire che almeno nelle prime fasi le culture kurgan furono diffuse da una popolazione europoide di tipo cromagnoide.
Successivamente nelle regioni orientali si assiste all'apparire delle caratteristiche mongoloidi (probabilmente già nella cultura di Karasuk), come si può ben vedere nei kurgan di Pazirik, un fenomeno questo che sembra accompagnarsi alla sostituzione delle lingue iraniche in Asia centrale e in Siberia da parte delle lingue turco-mongole”.
Abbiano o no una parentela con gli antichi Tocari e con le mummie di Cherchen, gli Uighur del Sinkiang sono un popolo che si vede negato il diritto di esistere, così come i Tibetani, così come i Kalash, così come gli Arabi palestinesi, così come gli Americani nativi negli USA che, oltre a essere i superstiti di un genocidio di dimensioni per nulla inferiori a quello attribuito ai nazisti, pure nella babele etnica che è diventata negli ultimi due secoli quella che fu la loro terra, sono sempre gli ultimi nell'assegnazione dei posti di lavoro, nell'assistenza sociale, nell'assistenza medica, ricordo vivente di un'usurpazione di cui gli yankee sembrano proprio volersi definitivamente sbarazzare.
Parallelo all'elenco dei popoli perseguitati, è quello dei persecutori: comunisti, islamici, sionisti e yankee. Il mondo islamico, una realtà complessa di un miliardo e trecento milioni di persone, richiede forse un discorso a parte. Premesso che l'invasione islamico-magrebina dell'Europa è una catastrofe e un pericolo per il nostro futuro che dovremmo combattere con ogni mezzo, è anche però vero che la resistenza opposta da alcuni stati islamici, l'Iran in primo luogo, alla prepotenza americana e sionista, non può che trovarci solidali. Tuttavia, si vede bene che per il resto questo medagliere di campioni in violazione dei diritti umani: comunisti, sionisti e yankee, coincide alla perfezione con il gotha della democrazia e dell'antifascismo, e questo è certamente un fatto sul quale occorre riflettere.

Fine 1^ parte


Note:
1.     Gianantonio Valli e Silvano Lorenzoni: Origini del monoteismo e sue conseguenze in Europa, on line “Thule Italia” www.thule-italia.net/religione/monoteismo.html .
2.     Ticino Libero” , 18.12.2008.
3.     Duccio Canestrini: Tra i Kalash, gli ultimi pagani dell'Afghanistan, “Airone” n. 98, giugno 1989.
4.     Digilander” L'ultima falange macedone, link http://digilander.libero.it/kisp/focus/selezioneita.htm
5.    “Wikipedia”, voce Kurgan


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di Fabio Calabrese

Nella storia dell'Europa e della cultura europea, paganesimo e cristianesimo si sono, oltre che combattuti senza pietà (soprattutto da parte cristiana, le cui persecuzioni contro i pagani furono assai più violente, spietate e prolungate nel tempo di quelle pagane contro i cristiani) variamente sovrapposti, intrecciati, mescolati.
In particolare, l'affermazione del cristianesimo non fu dovuta a predicatori ingenui, appassionati e idealisti, ma a scaltri e pragmatici politicanti. Costoro non ebbero mai nessuno scrupolo a impadronirsi non solo di luoghi di culto, di divinità locali da trasformare disinvoltamente in santi e madonne, ma anche di complessi ideologici-mitologici-simbologici molto vasti, creando delle situazioni ambigue, difficili da districare se non si hanno le idee chiare e non si dispone di una base culturale robusta. Peggio ancora, possono generare l'impressione che l'abisso che separa il paganesimo dal cristianesimo sia un semplice fossato che si può scavalcare senza troppi problemi. E' questo un motivo che, forse, non ho evidenziato a sufficienza nell'articolo Il cioccolatino e l'incartoper spiegare come mai molti tradizionalisti sedicenti evoliani siano saltati sulla sponda cattolica considerando un semplice approfondimento quella che a tutti gli effetti è una vera e propria abiura.

Lo storico Antonio Brancati ha fatto un'interessante analisi di quella che è stata chiamata l'opera di inculturazione cristiana, che è altra cosa e più sottile della prevalenza del cristianesimo in epoca tardo antica a livello di istituzioni, richiese almeno un millennio e ancora oggi è difficile dire se abbia davvero trionfato completamente sulla spiritualità nativa dell'Europa.
In pratica tutto ciò che era troppo radicato nella coscienza europea per essere proibito o estirpato, venne “battezzato”, dalle divinità trasformate in santi, al samain celtico convertito nella festività di ognissanti, alla celebrazione del solstizio d'inverno trasformata nel cosiddetto natale di Gesù Cristo (che nessuno sa quando sia effettivamente nato), e via dicendo:
“Un tipico esempio di questa contaminazione è il cosiddetto “magico cristiano”, ossia un complesso insieme di veri e propri riti magici di derivazione chiaramente pagana ma debitamente “ribattezzati” mediante l'uso di preghiere ampiamente accettate dalla Chiesa e l'abuso di ampi gesti di croce: riti frequentemente praticati per ottenere la fertilità dei campi o per riacquistare in qualche modo la perduta salute del corpo” (1).
Un complesso mitico-simbolico particolarmente importante che si è prestato a questa operazione che gli storici hanno chiamato di inculturazione, ma che noi potremmo anche chiamare di appropriazione indebita, è rappresentato dal Santo Graal, uno di quei miti-simboli potenti che ci fanno capire che il processo di trasformazione, per usare la terminologia di Oswald Spengler, della Kultur europea in una Zivilization mondialista, anodina, senza volto, non si è ancora del tutto (e forse non sarà mai) completato.
Per capire il reale significato del Graal, occorre fare riferimento al contesto storico nel quale il mito è nato: la Britannia del V secolo alla vigilia dell'invasione sassone, un ambiente sostanzialmente pagano, anche se già oggetto di una prima superficiale cristianizzazione. Re Artù ha perso la regalità a causa dell'inconsapevole incesto con Morgana e deve essere riconsacrato con quella che verosimilmente era stata la coppa della sua incoronazione primitiva. Cosa c'è di più ovvio in un ambiente nel quale un radicato paganesimo nativo inizia a mescolarsi ai riti e ai simboli della religione importata, che la coppa, il calderone usato per la consacrazione dei re celtici (il termine Graal viene dal latino gradalis che indica un recipiente piuttosto ampio, come il celebre calderone di Gundsrupp, d'altra parte, sempre da qui viene l'italiano grolla) fosse confuso con il calice dell'eucaristia?
E' tuttavia una concezione pagana del tutto incompatibile con il cristianesimo quella che emerge dalla narrazione del mito arturiano. Merlino (come la sua copia moderna, Gandalf) è evidentemente un druido e non un prete, ma soprattutto il re celtico è portatore di una legittimità e di una sacralità propria in quanto “figlio di Lugh” che il druido può riconoscere e certificare ma non creare con la consacrazione, egli è – come nell'antica religione romana - “pontifex”, chiamato a fare da ponte fra la terra e il cielo, ed è per questo che la decadenza di Artù provoca l'isterilimento della terra. Il cristianesimo non ammette altro pontefice (titolo, come ben sappiamo, usurpato dalla romanità) che il vescovo di Roma, sedicente vicario di Cristo.
L'idea della regalità sacrale è una concezione pagana totalmente opposta al cristianesimo; un punto che il filosofo (cattolico) Massimo Cacciari aveva colto molto bene in un'intervista rilasciata al giornalista Maurizio Blondet e da questi riportata nel libro Gli “adelphi” della dissoluzione (2):
“Il cristianesimo è necessariamente sovversivo di ogni potere politico che si pretende autonomo”.
Tanto più allora di una sacralità che non passi attraverso la Chiesa, unica autorizzata interprete “di Dio” su questa terra.
In quell'intervista davvero memorabile, il filosofo-sindaco di Venezia espresse concetti tali da far pensare che solo un opportunismo politico in contrasto con le sue convinzioni profonde l'abbia spinto a militare non solo nel gregge cattolico, ma nell'area politico-culturale di sinistra. Ecco quel che disse allora a Blondet riguardo ai fascismi e alla seconda guerra mondiale:
“Per sradicare il Giappone dal proprio sacro nomos, non ci volle nulla di meno che l'olocausto nucleare. Migliaia di tonnellate di bombe furono necessarie per stroncare Fascismo e Nazismo, "forme di che cercavano di ricollegare la società a un Ethos”.
Poco più sopra, aveva precisato che:
“Ethos, o per i latini Mos, non è affatto ciò che noi oggi intendiamo per "etico" o "morale". Ethos non indicava comportamenti soggettivi; indicava la "dimora", l'abitare in cui ogni uomo si trova alla nascita, la radice a cui ogni uomo appartiene. In questo senso, un greco non era più o meno "etico" per sua scelta o volontà. Egli apparteneva a un ethos. A una stirpe, a un linguaggio, a una polis. Che non era stato lui a scegliere (…).
Ogni società tradizionale ha, o meglio è, un ethos. Ogni società tradizionale, come un albero rovesciato, ha la sua radice nella legge divina, nel nomos. La legge della polis, dice Erodoto, è l'immagine di Dike [la dea della Giustizia]. Un ethos impone all'uomo valori che non è a scegliere, a decidere, ma a cui appartiene”.
Un rapporto profondo fra uomo e“polis”, “civitas”, che non solo il cristianesimo ha negato, e infatti Cacciari ci spiega ancora che il cristianesimo: “E' stato dirompente rispetto a ogni ethos”, ma potremmo addirittura definire il cristianesimo puramente e semplicemente come la negazione dell'ethos, la proiezione dell'ideale morale nella sfera ultraterrena e contemporaneamente nella dimensione soggettiva. In altre parole, come aveva chiaramente intuito Jean Jacques Rousseau: “Il cristianesimo separa l'uomo dal cittadino”.
Quello che dovremmo dunque aspettarci dai fascismi sarebbe un recupero consapevole della simbologia pagana e il rifiuto di qualsiasi tendenza cristianeggiante; purtroppo però spesso le cose non sono affatto andate in questo modo.
In particolare, per quanto riguarda il mito del Graal, a dare forma alla versione cristiana (o cristiano-esoterica) di esso è stato un occultista tedesco vissuto fra le due guerre mondiali, Otto Rahn. Il Graal sarebbe stato un oggetto connesso alle origini del cristianesimo, anche se non è ben dato di capire cosa, se il calice dell'Ultima Cena, un recipiente in cui qualcuno – pare Giuseppe d'Arimatea – avrebbe raccolto il sangue uscito dal costato di Cristo quando fu trafitto dalla lancia di Longino, o ancora secondo una terza e più fantasiosa versione, il Sang Real, nientemeno che la stirpe dei discendenti di Cristo e Maria Maddalena.
Nessuna di queste tre versioni regge a un'analisi minimamente seria. Se andiamo a rileggere il racconto evangelico vediamo che viene data importanza all'atto della consacrazione, non al contenitore che – ammesso che l'episodio sia realmente avvenuto – sarà stato una comune stoviglia finita dopo la cena nell'acquaio assieme alle altre. Sempre il racconto evangelico demolisce la seconda versione: ci racconta che il costato di Cristo sarebbe stato trafitto post mortem. Da un cadavere in cui la circolazione sanguigna si è interrotta, non possono uscire che poche gocce. Immaginiamoci Giuseppe di Arimatea – che aveva già il contenitore pronto – schizzare a tutta velocità fra le gambe dei soldati romani per raccoglierle, ma stiamo parlando del vangelo o di Asterix? Quanto alla terza versione; noi non abbiamo nessuna notizia storica sulla vita di Cristo risalente a fonti diverse dai vangeli che a loro volta non sono in alcun modo un documento storico attendibile, non possiamo escludere che Gesù Cristo, sempre che sia realmente vissuto, abbia avuto dei discendenti, ma il collegamento che è stato ipotizzato fra ciò e la stirpe reale merovingia è fantasioso e ridicolo.
Accanto a ciò Rahn nel suo libro Crociata contro il Graal (3) presenta una serie di ipotesi una più fantasiosa dell'altra secondo la quale esso sarebbe stato portato nella Francia meridionale, passato in custodia prima degli Albigesi poi dei cavalieri Templari, e la Chiesa avrebbe organizzato la crociata contro gli Albigesi e il processo all'ordine templare precisamente allo scopo di impadronirsene. Tutta la paccottiglia pseudo-esoterica che in tempi più vicini a noi Baigent, Leigh e Lincoln, i tre inglesi autori de Il santo Graal (4) hanno scopiazzato alla grande, e che poi a sua volta Dan Brown ha scopiazzato ne Il codice Da Vinci(5).
Disgrazia vuole che Otto Rahn riuscisse a infinocchiare (scusatemi, ma non riesco a trovare un'altra espressione) nientemeno che il ReichsfuhrerSS Heinrich Himmler che lo nominò ufficiale delle SS ad honorem. Addirittura nel 1944, quando era in corso l'attacco angloamericano alla Francia, Himmler arrivò a distogliere dal fronte una delle migliori divisioni di Waffen SS, la Das Reich spedirla a cercare il santo Graal nei luoghi indicati da Rahn, senza che – ovviamente –venisse trovato nulla.
I “pallini” occultistici di Himmler erano ben lungi dall'essere condivisi dagli altri dirigenti nazionalsocialisti che ne facevano spesso oggetto di ilarità; nonostante ciò, sono serviti dopo la guerra a una caterva di sedicenti storici cialtroni e senza scrupoli i cui capostipiti sono stati nei primi anni '60 Louis Pauwels e Jacques Bergier nel libraccio Il mattino dei maghi (6), per costruire l'immagine di un nazismo esoterico e satanista.
Sarebbe forse invece il caso di indagare l'aspetto superstizioso e stregonesco dell'antifascismo, come io ho cercato di fare nel testo Il fascismo secondo Indiana Jones, pubblicato sul sito del Centro Studi La Runa al quale vi rimando.
In tempi recenti soprattutto il successo planetario mediaticamente ben pompato del Codice Da Vinci Dan Brown e della sua versione cinematografica (una delle pellicole più brutte in assoluto della storia del cinema) ha rilanciato l'idea di un cristianesimo esoterico, idea che è una totale contraddizione, in quanto fino all'avvento dell'islam non è esistita una religione meno esoterica e più plebea del cristianesimo. Gli elementi di questo cristianesimo esoterico sono quelli indicati dal quinto al nono evangelista, ossia Rahn-Baigent-Leigh-Lincoln-Dan Brown: santo Graal, Catari (Albigesi) e cavalieri Templari.
Cosa si debba pensare della versione cristiana del mito del Graal ve l'ho appena spiegato. Quanto ai Catari o Albigesi, essi non furono tanto un movimento ereticale, quanto piuttosto una vera e propria rinascita pagana, l'ho ampiamente spiegato nell'articolo Risorgimento, rinascimento, rinascita paganapresente sul sito di “Ereticamente” al quale di nuovo vi rimando.
Riguardo ai cavalieri Templari, c'è un discorso che merita di essere approfondito. Certamente, al di là delle accuse palesemente infondate che furono loro mosse, al di là del fatto che l'Ordine cavalleresco fu sciolto e i suoi membri incarcerati, torturati e mandati al rogo perché il re di Francia Filippo il Bello e papa Clemente V erano desiderosi di mettere le mani sulle ricchezze che esso aveva accumulato, su di un altro piano c'è verosimilmente una ragione più profonda per tutto ciò.
Gli Ordini cavallereschi, Templari in primis, hanno incarnato una figura di monaco-guerriero, un tipo di spiritualità che la Chiesa ha dovuto evocare in un momento critico della sua storia, ma che rimaneva profondamente estranea al cristianesimo, e di cui si è sbarazzata appena possibile.
Questa figura che non trova corrispondenze di sorta nel cristianesimo né tanto meno giustificazioni“scritturali”, le trova invece molto fuori da esso, nella tradizione indiana ed estremo-orientale. Si pensi per la tradizione indiana alla Bhagavad Gita, il testo sacro incentrato sulla figura del divino guerriero Arjuna, e per quella estremo-orientale, nipponica, al bushido, la via del guerriero, vera e propria via ascetica attuata attraverso l'arte della guerra, che era praticata dai samurai, e che poi durante l'ultimo conflitto mondiale ha animato lo spirito dei kamikaze. Forme di spiritualità, lo si vede bene, assolutamente non rapportabili al cristianesimo.
Anni fa, mi è capitato di trovarmi coinvolto in una discussione piuttosto accesa con una signora che si dichiara“evoliana” e che mi ha rimproverato piuttosto aspramente l'antipatia che non ho mai cercato di nascondere per la religione del Discorso della Montagna. A suo dire infatti, nel corso dei due millenni della sua storia, il cristianesimo si sarebbe incrostato di simbolismi di origine pagana che l'esperto di tradizioni può comunque riconoscere e fruire (?).
Sarà anche, ma perché abbassarsi a un simile compromesso? Perché ricorrere a una copia deformata e mutila quando si può risalire all'originale?
Nel corso della discussione, questa signora si vantò di non leggere altri autori tranne Julius Evola e John R. R. Tolkien (e mi sembrò un'ottima candidata a ritrovarsi in compagnia di Adolfo Morganti a scadenza più o meno breve), e in quel momento mi parve proprio di cogliere l'essenza del tradizionalismo, cioè una mentalità che si crede forte perché è chiusa. A mio parere, la forza non può nascere dalla paura di confrontarsi con altre forme di pensiero. La forza nasce dal coraggio, non dalla paura.
Tuttavia, a questo riguardo, cosa possiamo dire di John Tolkien, autore, come sappiamo, svisceratamente amato dai tradizionalisti sia cattolici sia sedicenti evoliani?
Penso che quello che ho da dire non sarà gradito ai tolkieniani, ma io credo che sia difficile trovare uno scrittore o un uomo qualsiasi in più profonda contraddizione con se stesso di quanto non lo fosse John R. R. Tolkien. Egli dichiarava avversione per il mondo celtico, eppure elementi celtici emergono in quantità dalla sua narrativa; si professava cristiano, eppure il tipo di visione del mondo e di etica che è possibile desumere dai suoi romanzi, è tutto meno che cristiano.
Del celtismo che interpretava solamente come separatismo scozzese, gallese, nord-irlandese, Tolkien aveva un'idea ristretta, e da leale suddito britannico, lo detestava, eppure tutta la sua narrazione rigurgita di elementi celtici: non sono solo le figure di elfi, nani, orchi e troll direttamente provenienti dalla mitologia celtica attraverso il folclore popolare; c'è anche la figura di Gandalf, straordinariamente simile a quella di un druido, e si pensi all'anello di Sauron, un Graal di segno capovolto, non da trovare ma da perdere o distruggere.
Noi sappiamo che qualcuno – come August Derleth – ha cercato di interpretare perfino un autore come H. P. Lovecraft in senso cristiano; era impossibile che John R. R. Tolkien sfuggisse a interpretazioni di questo genere quando egli è stato il primo a fraintendersi.
Noi sappiamo che nel mondo occidentale siamo più o meno tutti “cristiani” sulla carta, perché siamo stati battezzati molto prima che avessimo la capacità di decidere in merito o di dire la nostra opinione, e di solito tendiamo a non dare alla cosa molta importanza, Tolkien però apparteneva alla minoranza cattolica inglese, una minoranza – è risaputo – veramente esigua. I sociologi ci insegnano che, quanto più una minoranza è ristretta, tanto più è forte il senso di appartenenza ad essa dei suoi membri; un'adesione che può essere anche emotivamente molto forte, come quando si tifa per una squadra di calcio, ma poi bisogna vedere come questo si rapporti a quella che chiameremmo la visione del mondo profonda di una persona, e in qualche caso, come appunto quello di John R. R. Tolkien, può essere che non vi si rapporti per nulla.
L'etica di Tolkien non è cristiana, è di tipo eroico, tradizionale, guerriero, indoeuropeo, che non comanda di porgere l'altra guancia ai nemici, ma di combatterli con le armi in pugno.
Se esaminiamo nel Signore degli anelli (7) la figura di Gandalf, vediamo facilmente che è modellata su quella di Merlino, e assomiglia molto di più a un druido che non a un sacerdote cristiano.
Consideriamo un attimo il rapporto fra Gandalf e Aragorn, è una relazione che implica la pari dignità dell'autorità sacrale “druidica” di Gandalf con quella regale e guerriera incarnata da Aragorn. Questa concezione va contro il cristianesimo che non ammette che le altre funzioni, diverse da quella sacerdotale, possano avere una dignità e tanto meno una sacralità autonoma, ed è invece consonante con la tradizione indoeuropea e celtica. Questo diverso segno si vede bene nella parole del Merlino di Excalibur di John Boorman (sappiamo che Merlino è l'erede della tradizione druidica e che Boorman ha reso bene quanto meno lo spirito del personaggio) che incoraggia Artù dicendogli: “Eppure hai estratto la spada dalla roccia, io non avrei potuto farlo”.
Il potere magico-druidico ha dei limiti che la regalità sacrale può oltrepassare. Artù e Aragorn sono, come il re celtici“figli di Lugh”, portatori di una regalità sacrale che Merlino e Gandalf possono riconoscere e garantire, ma non creare attraverso una consacrazione.
In altre sedi, mi è capitato di definire Tolkien un “celta suo malgrado”, un giudizio che non vedo alcun motivo di modificare. Per quanto ciò possa dispiacere ai moderni esegeti di Tolkien di impostazione cattolica, considerando i tratti druidici della figura di Gandalf e la concezione della regalità sacrale incarnata dalla figura di Aragorn, potremmo dire che l'autore del Signore degli anelli è stato anche un pagano suo malgrado.
In ogni caso, io ritengo sia pericoloso ritenere “un maestro” un uomo in così profonda contraddizione con se stesso, perlomeno bisognerebbe avere le idee ben chiare prima di accostarsi alla sua opera letteraria.
Arrivata in Italia negli anni '70, l'opera letteraria di John R. R. Tolkien, per motivi che sono ovvi, subì da parte della cultura di sinistra un pesante ostracismo e boicottaggio, e questo ha fatto sì che “a destra” ricevesse un'accoglienza entusiastica e acritica, al punto che, ad esempio, i raduni di giovani della“destra radicale” furono chiamati “campi hobbit” con riferimento ai personaggi del Signore degli anelli.
Tuttavia negli stessi anni negli Stati Uniti il Signore degli anelli oggetto di letture di ben altro tipo, ed era diventato “la bibbia” degli hippy californiani. Perché? Perché era letto in chiave anarchica o almeno anarcoide, la lotta contro Sauron, l'Oscuro Signore, veniva vista come metafora del rifiuto e della lotta contro qualsiasi tipo di potere e di autorità.
Si trattava, come è facile comprendere, di una lettura profondamente falsata e scorretta, perché – bisogna ammetterlo – in Tolkien non c'è per nulla l'esaltazione dell'anarchismo; al potere tirannico di Sauron, infatti, si contrappone l'autorità legittima; l'autorità civile-guerriera di Aragorn e quella magico-sacerdotale di Gandalf.
Tuttavia anche questa è una storia che abbiamo già visto innumerevoli volte: alla menzogna cristiana segue come ulteriore falsificazione la menzogna marxista, c'è tutta la nostra storia degli ultimi due secoli in questo.
Il cristianesimo, spostando il sacro nella sola dimensione del soprannaturale, ha totalmente desacralizzato l'esistenza, è ancora Massimo Cacciari a dircelo:
“Il Cristianesimo non ha più radici in costumi tradizionali, in una polis specifica, in un ethos; non ha più nemmeno una lingua sacra (...). Il Cristianesimo si rivela essenzialmente sovversivo dell'Antichità e dei suoi valori; che esso spezza definitivamente i legami fra gli Dei e la società. L'ethos antico era una religione civile (...). Il Cristianesimo, consumando la rottura con gli dei della Città, sradica l'uomo (…). Uno stato doloroso: il Cristianesimo getta l'uomo nella libertà come un è gettato in [un] mare in tempesta”.
Le rare volte in cui sono in vena di sincerità, questi cristiani merita proprio di stare a sentirli. Esprimendo una linea di pensiero molto simile a quella esposta da Cacciari, nel libro Ipotesi su Gesù, Vittorio Messori ammette che “Quando i pagani accusavano i cristiani di essere atei, avevano perfettamente ragione” (8).
Per noi che ci siamo assunti il compito di “ricollegare la società a un ethos”,miti e simboli pagani ancora presenti nella nostra cultura rappresentano un deposito prezioso da trasmettere e rivitalizzare, ma proprio questo impone di stare attenti alle contaminazioni cristiane.

Note

  1. Antonio Brancati: Popoli e civiltà, vol. 1, La Nuova Italia, Firenze 1990, pag. 49-51.
  2.  Maurizio Blondet: Gli “adelphi” della dissoluzione, Ares, Milano 2000.
  3.  Otto Rahn: Crociata contro il Graal  (Kreuzzug gegen den Graal), Barbarossa, Saluzzo 1979.
  4.  Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln: Il santo Graal (The Holy Blood and the Holy Grail), Rizzoli, Milano 2005.
  5.  Dan Brown: Il codice Da Vinci (The Da Vinci Code), Mondadori, Milano 2003.
  6. Louis Pauwels, Jacques Bergier: Il mattino dei maghi (Le matin des magiciens), Mondadori, Milano 1997.
  7.  John R. R. Tolkien: Il signore degli anelli (The lord of the Rings), Bompiani, Milano 2003.
  8.  Vittorio Messori: Ipotesi su Gesù, SEI, Torino 1976.




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