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| Il “mondo aurorale” di Silvano Lorenzoni |
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Presentare Silvano Lorenzoni è una impresa ardua per cui ci limitiamo a citare un passo della sua autobiografia, molto significativo, per conoscere e capire il nostro Autore: '...oltre al veneto e all'italiano, parlavo soltanto lo spagnolo, il francese e l'americano; ma percepii abbastanza presto che ci voleva anche il tedesco (avrò avuto trentadue o trentatré anni) - e mi misi d'impegno e con successo a impararlo. Con un discreto bagaglio linguistico (mi sarebbero mancati, e mi mancano, il giapponese e il russo) e armato di molta buona volontà lessi per la prima volta Nietzsche, Spengler, Gobineau, Evola - quest'ultimo fu, certamente, fra gli autori da me trovati intuitivamente congeniali, quello a cui devo di più, pure senza che io mi possa classificare come evoliano in senso stretto e tanto meno come 'evolomano' (una categoria di persone che non mancano soprattutto in ambienti di lingua italiana). Il mio interesse per l'etnologia, nonché per le scienze esoteriche e per la storia comparata delle religioni, mi incamminarono anche verso Mircea Eliade, studioso-principe in quei campi, e più tardi verso Wilhelm Schmidt. La lettura di Adriano Romualdi fu un incentivante per sistematizzare e puntualizzare ciò che sul cristianesimo e, in generale, sul monoteismo, aveva già più intuito che capito; mentre attraverso quell'autore e avendo già una discreta conoscenza del tedesco, potei avvicinarmi al mondo degli psicoantropologi dell'anteguerra - soprattutto Günther e Clauss - le cui opere, anche se adesso parzialmente datate, rimangono fondamentali per la comprensione di alcuni aspetti comportamentali umani e certi indirizzi religiosi: su questo, più avanti. (1)
Intervista a cura di Steno Lamonica
(D) Anche lei, Silvano Lorenzoni, è stato messo nelle sabbie del silenzio mediatico. I suoi libri e studi, tutti lucidamente documentati, sono letti da pochi mentre il valore dei suoi lavori è decisamente alto.
(R) La chiave di questa situazione sta soprattutto nel fatto che i miei scritti, in termini generali, sono fra i più ‘controcorrente’ che si possano trovare negli ambienti librari di lingua italiana; e sappiamo quanto peso ha il non essere ‘politicamente corretto’. A questo si aggiunga che io ho incominciato a essere presente nell’ambiente intellettuale italiano da tempo relativamente breve, una quindicina di anni. – Nonostante tutto, però, sono abbastanza conosciuto nelle migliori cerchie intellettuali e ci sono dei lettori fedeli e intelligenti che seguono le mie opere. – Quanto alla qualità ‘decisamente alta’ dei miei scritti, e indipendentemente dal loro contenuto concettuale, la mia formazione tecnica mi rende consapevole della necessità di documentare in modo esauriente ogni cosa che si affermi; e questo io ho fatto ogni volta che ho pubblicato qualcosa. Ognuno che legga un mio scritto si trova confrontato anche con un vasto panorama di ulteriori possibilità di approfondimento il che, per chi è acuto e curioso, non può se non essere di stimolo e di utilità.
(D) Lei è stato esploratore e conosce numerose etnie. Cosa ricorda di indelebile?
(R) Un’impressione generalizzata che ho ricavato dai miei viaggi è stata che le popolazioni terzomondiali che ho potuto incontrare allo stato brado, o quasi, davano tutte l’impressione che fosse impossibile che da loro potesse insorgere qualcosa di ‘meglio’ – fra l’altro, una caratteristica generalizzata dei selvaggi è, in ogni luogo, una bassa furbizia e disonestà generalizzata che mi ha sempre colpito. – Indipendentemente da quanto sopra, un fatto specifico che mi è sempre rimasto impresso risale ai primi anni Cinquanta (avrò avuto dieci anni) quando acquistai una notevole dimestichezza con la lingua degli indigeni, adesso estinti, del Delta dell’Orinoco: essa mi si rivelava stranamente ricca di possibilità grammaticali e sintattiche, di massima inutili per le necessità reali di comunicazione di quegli indio dalla vita a livello quasi animale (io facevo il confronto con la lingua spagnola); e già allora notai come essa fosse di gran lunga superiore al cosiddetto ‘inglese’ (già allora parlavo lo spagnolo alla perfezione e l’’americanese’ abbastanza bene). Questa medesima osservazione la trovai molto tempo dopo nelle memorie del Barone Alexander von Humboldt. – Posso aggiungere che in quell’allora l’Iberoamerica era ancora un ‘pozzo senza fondo’ per chi si interessasse di studi etnologici, zoologici, botanici – io feci quel che potevo fare: il mio tempo era limitato dalla necessità di lavorare per guadagnarmi da vivere.
(D) Etnonazionalismo ultima frontiera d’Europa. Può sintetizzare il termine ‘etnonazionalismo’?
(R) Il termine ‘etnonazionalismo’ si riferisce al fatto che perché uno stato-nazione possa funzionare veramente bene, esso deve essere etnicamente omogeneo, al meno in prima approssimazione. Omogeneità etnica significa soprattutto omogeneità razziale; e poi culturale. – Diversa è la condizione quando si volesse parlare di un impero, tipo l’Impero Asburgico, già ‘Sacro Romano Impero’. Esso funzionava perfettamente tenendo sotto uno stesso scettro un grande coacervo di popoli, razzialmente omogenei ma culturalmente e linguisticamente eterogenei. Uno stato-nazione disomogeneo non può se non finire in fallimento.
(D) È conciliabile per un cristiano – che creda nel cosmopolitismo, universalismo, internazionalismo – aderire all’etnonazionalismo, quando per dogma il cristianesimo rifiuta l’ethnos?
(R) A parere mio no – anche a prescindere dal fatto che ormai il ‘cristianesimo’ si è diversificato in un numero stragrande di varietà, capaci a seconda dei casi di accomodarsi a qualsiasi situazione. Vale la pena, in questa sede, di riportare quanto Theodor Fritsch aveva da dire a proposito dei ‘cristiani antiebrei’: “Gli antiebrei cristiani sono come quegli aborigeni che credono di essersi ‘sbiancati’ quando si mettono addosso qualche straccio di vestiario europeo: essi rimangono di colore ma hanno rinunciato alla propria identità. L’antisemitismo cristiano, in qualsiasi sua forma, non può se non fare ridere”.
(D) Lei ha girato il mondo. Con l’attuale planetaria invasione allogena, possiamo affermare che il paganesimo indoeuropeo è la risorsa vincente per la Fortezza Europa ? Per i pagani indoeuropei dell’induismo siamo alla fine del ciclo cosmico …
(R) È mia opinione che il paganesimo indoeuropeo (e anche non indoeuropeo) è il contrario del monoteismo, quindi dell’ebraismo e dei suoi derivati - se la policromia pagana è praticamente infinita, il monoteismo è unico. Il paganesimo indoeuropeo potrebbe costituire la radice religiosa di una futura Europa, ma credo non sia il caso di illudersi che il paganesimo possa essere adesso come adesso la forza formante della nuova Europa: esso risorgerà nel modo più naturale dopo che l’Europa/la razza bianca abbiano rifiutato ebraismo e modernità ebraica. Che noi adesso siamo alla fine di un ciclo storico-cosmologico, come affermano tutte le tradizioni indoeuropee e anche di tutti i popoli civili anche non indoeuropei (per tutti i popoli superiori la storia acquisisce caratteri ciclici), sembrerebbe ovvio. Ma la fine del ciclo non è la fine della storia (della fine della storia parlano soltanto i monoteisti) ma l’inizio di una nuova umanità e quindi di una nuova storia.
(D) Lei è poliglotta. L’imbarbarimento, accorciamento, stupro semantico di una lingua, cosa prefigura?
(R) Poliglotta, entro certi limiti, lo sono, ma la mia conoscenza dettagliata delle lingue (parlare, capire, leggere, scrivere) si limita a sette, e sono tutte lingue o neolatine o germaniche – per disgrazia non conosco alcuna lingua slava. (Poi ho studiato a titolo comparativo alcune lingue amerindie, bantù, boscimanesche, senza approfondire più di tanto; studi che mi furono di utilità quando stavo stendendo il mio libro Il Selvaggio.) – Per venire alla vostra domanda, essa si configura come più complessa di quanto potrebbe sembrare. I miei studi di etnologia linguistica sembrerebbero indicare che, paradossalmente, in popolazioni estremamente decadute ma che presumibilmente erano rimaste in grande misura isolate durante il percorso storico della loro decadenza, non si riscontra un imbarbarimento della lingua, ma piuttosto una sua ‘fossilizzazione’: un esempio interessantissimo era costituito dagli ormai estinti fueghini yámana. Invece, anche a livello storico, delle catastrofiche fenomenologie di decadimento seguono a fenomeni di meticciato linguistico – in riguardo, nel mio libro Il Selvaggio queste fenomenologie sono sviscerate in discreto dettaglio. I ‘papiamento’ (intrugli linguistici all’impazzata) comportano sempre segni di degenerazione psicologica quando riescano a stabilizzarsi, altrimenti scompaiono. Le analogie fra l’americanese e le lingue bantù, segnalate da Claude Hagège, sono significative.
(D) Invasioni allogene e cristianità: esiste un rapporto, una complicità, secondo lei?
(R) Vi riferite sicuramente all’invasione dell’Europa da parte di masse di colore, fenomeno minaccioso e straripante da almeno 30 anni. Rapporto e complicità con il cristianesimo/i cristianesimi c’è di sicuro; e ricordiamoci che il cristianesimo è un fenomeno estremamente complesso (vedasi il mio La figura mostruosa). Ma il nocciolo ultimo del cristianesimo/dei cristianesimi sta nell’essere l’utensile-principe per mettere il mondo in mano e sotto il tallone di quel ‘popolo eletto’ al quale questa soluzione è stata proposta e promessa dal suo ‘dio’ – Geova. Queste casistiche sono state da me discusse in dettaglio nei miei Contro il monoteismo e La figura mostruosa di Cristo.
(D) Flavio Claudio Giuliano, l’imperatore che tentò di ripristinare il paganesimo contro il cosmopolitismo cristiano, fu assertore della concezione degli dei etnarchi, cioè appartenenti all’ethnos. Secondo lei, c’è uno stretto rapporto con l’etnonazionalismo?
(R) Certamente un nesso c’è. Ricordiamo che il fondamento di ogni religione di genti normali (nel senso superiore della parola) è la percezione esistenziale del sacro e che il modo in cui quella percezione viene poi estrinsecata dipende dalla particolare psicologia razziale ed etnica di ognuno di quei popoli normali. Anormale per eccellenza è l’ebraismo/monoteismo (così Werner Sombart), che è l’unica ‘religione’ (se così ci si può esprimere) che manca di qualsiasi indirizzo sacrale, per cui con la ‘divinità’ (per modo di dire) si stringe un contratto di tipo commerciale. – Ogni popolo normale ebbe i suoi dei etnarchi.
(D) Quali lingue parla? In quali fra queste la traccia indoeuropea sta resistendo meglio?
(R) Parlo il veneto (mia madrelingua, ormai ufficialmente degradata a dialetto ma una volta parlata ufficiale della Serenissima), l’italiano/toscano, il tedesco, il francese, lo spagnolo, l’afrikaans (olandese sudafricano) e l’americanese (qualche altra la so soltanto leggere). Si queste lingue quella che comporta in modo più totale l’impronta indoeuropea, è certamente il tedesco. Ma, a quanto affermano gli specialisti, la lingua indoeuropea più antica che ancora sia parlata è il lituano; mentre l’impronta indoeuropea permane, a quanto mi risulta, abbastanza fortemente nelle lingue slave settentrionali.
(D) Gli USA. Alcuni parlano di inizio della fine. Noi non lo vediamo.
(R) L’argomento è reso complesso dal fatto che non bisognerebbe parlare di USA (United States of America) ma di USrael. Il castello di carta rimarrà in equilibrio fino a quando la ragnatela bancaria ebraica potrà ancora andare avanti. Gli ‘USA’ non sono un paese (fra l’altro con una popolazione ormai al quasi 50% di colore) ma una facciata dall’aspetto di paese dietro alla quale stanno gli interessi usurocratici ebraici e il cui unico scopo e funzione e quello di proteggere e favorire i medesimi, assieme allo stato-truffa di Israele. Questo viene fatto essenzialmente attraverso il ricatto nucleare. Una situazione delicata e anche pericolosa, ma che non potrà andare avanti per sempre.
(D) L’ICI, l’IRES, l’8 per mille. Questi sono alcuni dei privilegi regalati dai politici al ricchissimo Stato del Vaticano, mentre gli operai, pensionati, artigiani, impiegati italiani sono umiliati da finanziarie distruttive. Trova giusto che lo Stato del Vaticano abbia questi privilegi che, se non vi fossero, porterebbero alle casse dello stato italiano cifre colossali?
(R) È certamente ingiusto, ma la politica spicciola alla giustizia bada poco. Secondo me, sotto l’andazzo suffragiocratico a cui si è soggetti (e non solo nell’espressione geografica Italia, ma in tanti altri posti) la cosiddetta chiesa/le chiese cristiane hanno ancora, disgraziatamente, il potere da fare da calamita a tanti voti. L’interferenza politica clericale in tutto il mondo monoteista è un maledetto fardello che ci si tirerà dietro fino a tanto che monoteismo ci sarà ancora. Sappiamo che la tendenza monoteista – di qualsiasi tipo di monoteismo – è la teocrazia. – Nell’espressione geografica Italia, dove si trova topograficamente la sede papale, questo fatto è ipertrofico; siamo dietro soltanto all’Arabia Saudita. E questo alla faccia del pagliaccesco ‘anticlericalismo’ del cosiddetto ‘risorgimento’.
(D) Il suo libro La deformazione della natura scritto con lo pseudonimo di Silvio Waldner, edizioni di Ar, Padova, 1997, è uno scritto che se lo avesse avuto la sinistra con tutta la sua potenza di diffusione sarebbe stato un ‘bestseller’. Secondo lei, sta nascendo con lei come maestro una scuola italiana di etnonazionalismo?
(R) Troppo onore. Io non mi atteggio a ‘maestro’ o a ‘vate’ – ma sono profondamente soddisfatto di avere fatto e di continuare a fare il mio specifico, per quanto modesto, dovere nella direzione dello scardinamento dell’attuale sistema. Ho già 70 anni, non mi faccio illusioni di potere essere presente alla coronazione dell’opere che, assieme a tanti altri, cerco di portare avanti (e in ciò concordo con Julius Evola). Ma questo non costituisce per me un problema.
(D) In Italia c’è un vivacissimo fermento per la costante crescita del paganesimo, sia italico-romano, sia ellenico, sia celtico. Lei approva?
(R) Certamente approvo – collaboro, anche, entro i limiti del mio possibile. Questo fermento esiste non solo nello spazio italiano ma in tutta l’Europa, nonché anche in Armenia e in Asia centrale. È mia opinione che tutto quanto sia diretto contro la ‘modernità’, che ha per radici portanti il monoteismo, è qualcosa di positivo.
(D) A che libro sta lavorando?
(R) Ho diverse ‘direzionali’ di lavoro. Una è la critica religiosa (Contro il monoteismo, La figura mostruosa), un’altra l’etnonazionalismo, quale presidente dell’associazione Identità e Tradizione dove collaboro con Federico Prati. Ancora, ho redatto studi di cultura generale e di geopolitica (Deformazione, Tre messe a punto, Tomás Funes). Ultimo ma non ultimo mi occupo di gnoseologia di indirizzo kantiano come è stata sviluppata da Hans Vaihinger e soprattutto da Hugo Dingler (Chronos, Sottomondo e sovramondo, Equilibrio antropocosmico, Cosmologia alternativa, Mondo aurorale, Fantasmi, Continenti perduti, Cesure epocali). Adesso sto lavorando su di un Non-A: saggio sul mondo psichico, che spero riuscire a finire per metà 2012. Anche se sono in pensione, il mio tempo disponibile è sempre piuttosto scarso.
(!) tratto dal sito http://sites.google.com/site/vittoriofincati/ospiti/silvanolorenzoni
Libreria Editrice Primordia, Milano 2011, €. 14,00.
Recensione di Fabio Calabrese
Per poter collocare nella sua giusta ottica questo libro che si stacca nettamente dalla pubblicistica anche anticlericale corrente, che rappresenta per davvero una finestra su di un modo di considerare le cose, su una Weltanschauung alla quale siamo profondamente disabituati, è necessario dire qualche parola sul suo autore. Se, come insegnava Alfred Rosenberg, “Anima è razza vista dall'interno”, difficilmente potremmo trovare una figura più interessante di Silvano Lorenzoni, un uomo di solido ceppo veneto-cisalpino, che sembra provenire direttamente da quel Veneto profondo pre-Serenissima, quel Veneto ghibellino che ci ha dato i Da Romano (i “feroci Ezzelini”), gli Scaligeri, i Carraresi, gli Estensi (la casa d'Este, prima di costruire il suo dominio a sud del Po era signora dell'omonima località oggi provincia di Padova). Un uomo che, a conoscerlo personalmente, sembra avere un che di curtense, un tratto di aristocrazia innata, di estraneità al mondo volgare e mercantile con cui quotidianamente dobbiamo confrontarci.
Silvano Lorenzoni è un uomo che si è fatto una cultura storico-antropologica fuori dagli schemi, sia viaggiando in ogni parte del mondo per motivi di lavoro (credo che l'Antartide sia l'unico continente dove non abbia soggiornato), sia grazie a una sviscerata passione per la storia e l'archeologia. Quando ci riporta notizie di popoli e culture, queste sono di prima o al massimo di seconda, non di ennesima mano, come avviene per i compilatori di testi scolastici, per tutti coloro che, sotto l'apparenza della scientificità, non fanno altro che scodellarci la più vieta propaganda di regime “democratica” e “progressista”. Silvano Lorenzoni, e anche questo va valutato per comprendere a fondo il suo lavoro, è presidente dell'Associazione Culturale Identità e Tradizione, ed ha redatto assieme a Federico Prati, segretario della stessa Associazione il manifesto dell'etnonazionalismo volkisch per una difesa etnica totale dei popoli europei; è un uomo – lo capiamo bene – che si situa sull'asse concettuale opposto rispetto al marxismo, alla democrazia, al cosmopolitismo, cioè rispetto al cristianesimo in cui si deve vedere la prima radice di tutti i mali dell'Europa e a tutte le sue conseguenze.
Ma il nostro uomo non è soltanto questo, è un pensatore che segue letteralmente l'indicazione di Nietzsche di “fare filosofia col martello” percuotendo gli idoli per vedere se sono vuoti e mandano un suono falso. Le martellate di Lorenzoni non hanno risparmiato nessuno degli idoli della società moderna, a cominciare da quello del progresso, letteralmente sfasciato sotto il peso di due scritti che sono autentici colpi di maglio: Involuzione, il selvaggio come decaduto e Il mondo aurorale. Il primo ci toglie qualsiasi illusione che la civiltà sia una retta ascendente: un'impressionante quantità di testimonianze è lì a dirci che i popoli che noi chiamiamo selvaggi, lungi dall'essere dei “primitivi” sono il residuo di antiche civiltà degenerate. Il mondo aurorale tratta il tema affascinante delle cesure epocali, ossia delle fratture nella storia, il crollo dei cicli di civiltà che ci hanno preceduto. Entrambi ci lasciano un terribile sospetto: anche la nostra civiltà è probabilmente avviata sulla strada della decadenza ed è forse prossima al crollo, e la responsabilità di ciò va fatta risalire al cristianesimo che, dopo essere rimasto bloccato per circa un millennio da una sorta di compromesso con le strutture tradizionali dell'Europa, è riesploso nella sua antica virulenza con la Riforma protestante, a cui sono rapidamente seguiti la massoneria, il giacobinismo, la democrazia, il bolscevismo, l'americanismo come altrettanti frutti avvelenati dell'originaria sovversione cristiana.
Origini del monoteismo e sue conseguenze in Europa scritto con Gianantonio Valli esplora il fenomeno del monoteismo, ossia dell'ebraismo e delle sue appendici cristiana e islamica. In campo religioso, notano Lorenzoni e Valli, il monoteismo è un fenomeno patologico: sostituire la percezione del sacro con la “fede” in un Dio è come sostituire un arto vivente con una protesi.
La figura mostruosa di Cristo è in sostanza la prosecuzione e l'approfondimento del discorso iniziato con Origini del monoteismo. La tesi di Lorenzoni è di una chiarezza e di una linearità sorprendenti: con pochissime eccezioni, tutta la letteratura anticlericale di cui oggi davvero non c'è penuria, ha accusato la Chiesa di aver frainteso, travisato, alterato il “messaggio cristiano” che nella sua “purezza originaria” sarebbe invece quanto di più sublime l'uomo possa mai concepire. Partendo da simili premesse, l'anticlericalismo “laico” non ha mai concluso nulla perché in tal modo tutte le atrocità che hanno costellato la storia del cristianesimo nei secoli diventano scusabili imperfezioni in un globale piano salvifico.
Bisogna invece riconoscere la natura patologica del cristianesimo fin dal suo nucleo originario, fin dalla figura per l'appunto “mostruosa” del suo presunto fondatore.
Cosa che certo sorprenderà qualcuno, Lorenzoni non dà particolare rilievo alla figura “storica” di Gesù Cristo. Che sia esistito o meno in Palestina due millenni or sono un uomo chiamato Gesù Cristo, che abbia fatto o meno alcune delle cose raccontateci – in forma certamente travisata e ingigantita – dai vangeli, che sia stato o meno giustiziato mediante crocifissione, è un problema secondario, ciò che è davvero rilevante è il feticcio che è stato costruito attorno a questo personaggio.
Figura mostruosa quella di Cristo, lo è dal punto di vista iconografico: il crocifisso, un inquietante simbolo di dolore e morte proposto o piuttosto imposto come simbolo di una religione “di salvezza”, ma lo è soprattutto dal punto di vista storico se consideriamo le devastanti conseguenze che il cristianesimo ha avuto sull'Europa e sul nostro intero pianeta.
L'analisi di Lorenzoni è impietosa e precisa: il cristianesimo non solo deriva dall'ebraismo, ma si può considerare una propaggine dello stesso, con alcuni aggiustamenti per renderlo più accettabile a genti di matrice etnica e culturale europide, così come l'islam, che è invece adattato alla psicologia di genti arabo-negroidi, e non ha mai veramente rotto il cordone ombelicale con la religione-madre, non fosse altro perché il suo venerato “libro sacro”, la bibbia, è stato scritto in un ambiente ebraico ed è portatore di una mentalità ebraica che fatalmente si estende a coloro che lo venerano e lo studiano come “la parola di Dio”. C'è di più, perché il cristianesimo, nato come grimaldello ebraico per far saltare le strutture religiose, culturali e politiche dell'antichità romana – e Roma era svisceratamente odiata dagli antichi Ebrei – è tornato a essere tale a partire dalla Riforma protestante, perché la bibliolatria trapassa in modo affatto naturale in giudeolatria come ben si vede nel protestantesimo soprattutto calvinista-anglosassone.
Un aspetto originale del pensiero di Lorenzoni, è che egli considera anche il marxismo niente altro che una forma di cristianesimo, secolarizzato e che nega di essere tale, con il proletariato al posto di Dio, il partito comunista al posto della Chiesa, la futura società socialista in luogo del paradiso e la rivoluzione come sostituto del secondo avvento.
Proprio al comunismo sarebbe toccato essere la punta di lancia della sovversione mondiale con una rivoluzione che avrebbe abolito la proprietà privata e attribuito la proprietà teorica dei mezzi di produzione e quella effettiva, oltre a tutto il potere politico, a una nomenklatura composta da elementi ebraici. Due imprevisti, tra le due guerre mondiali, hanno bloccato l'ascesa dei movimenti ebraico-cristiano-marxisti: l'emergere dei movimenti fascisti che hanno rappresentato l'ultimo tentativo dell'uomo europeo di rialzare la testa, e l'avvento in Unione Sovietica di Stalin che ha eliminato la nomenklatura sovietica ebraica della prima ora. Dopo la seconda guerra mondiale la spartizione dell'Europa fra Soviezia e Puritania (secondo la terminologia di Gianantonio Valli) e l'affermazione della Puritania dominata dagli USA dopo un braccio di ferro pluridecennale con i sovietici.
In realtà, ci spiega il nostro, la Puritania calvinista è perfettamente adeguata ad assumere su di sé anche il ruolo già appartenuto alla Soviezia perché un calvinista – ci spiega – non è altro che un ebreo che ancora non si proclama tale perché dalla sua posizione mimetizzata può rendere un miglior servizio “alla causa”. Il calvinismo, infatti, rientra nel fenomeno del khazarismo (i Khazari furono una popolazione che abitava la Russia meridionale e che si convertì in massa all'ebraismo, e sono gli antenati della maggior parte degli ebrei attuali, che non hanno alcun legame etnico-storico né alcun diritto sulla Palestina).
Come recita il titolo del libro, Lorenzoni ci parla anche della convergenza dei monoteismi, e quest'ultimo è un fenomeno che ha appena cominciato a manifestarsi. Numerosi segni lasciano intuire un non lontano collasso dell'impero americano che costituisce il grosso della Puritania (laddove la Gran Bretagna, invertendo il ruolo madrepatria-colonia che esisteva fino al 1776, ne è semplicemente l'insidiosa appendice davanti alle coste europee), e i monoteismi si stanno preparando a questa non remota eventualità serrando i ranghi, ma quello sarà anche il momento in cui si offrirà a noi Europei la migliore occasione di rialzare la testa, una lotta il cui esito sarà scontato se l'Europa sarà riuscita nel frattempo a preservare almeno il nucleo della sua sostanza etnica, perché, Lorenzoni ne è assolutamente convinto, un europeo vale infinitamente di più delle masse larvali che la Puritania che ha oggi sciaguratamente il controllo dell'economia globale, ci costringe a importare dal sud del mondo precisamente allo scopo di intaccare la sostanza etnica europea.
In appendice, il libro presenta un saggio sulla democrazia che è la logica conclusione del discorso: preso alla lettera, il termine democrazia, ossia “governo del popolo”, indica qualcosa che di fatto è impossibile, perché tutti i regimi sono sempre espressione di élite. Un termine più appropriato è probabilmente suffragiocrazia, ossia un tipo di regime nel quale l'élite al potere ottiene la sua legittimazione attraverso il rituale del voto, estorcendo il consenso delle masse subornate attraverso il sistema mediatico, illudendo le masse popolari di avere una possibilità di scelta, e poiché il sistema mediatico, non fosse altro per i suoi costi, è in mano a coloro che si sono impadroniti della ricchezza della società, ecco che di fatto democrazia-suffragiocrazia coincide con usurocrazia, e sappiamo bene chi sono oggi gli usurocrati, null'altri che gli agenti al servizio della Puritania. La democrazia, il mito democratico è dunque il primo feticcio (o il secondo, subito dopo la venerazione per la “mostruosa” figura di Cristo) di cui ci dobbiamo sbarazzare in vista della lotta per la sopravvivenza della civiltà che noi stessi incarniamo, per il nostro futuro e quello dei nostri figli.
Lorenzoni, in conclusione ci dipinge un quadro a tinte forti, ma che ci indica anche una prospettiva di salvezza/rinascita, che dipende però dalla nostra capacità di lottare per darci un avvenire.
Identità e Tradizione
Da troppo tempo ormai le nostre comunità etniche sono divenute lande desolate nelle quali è sempre più difficile riconoscere e ri-trovare le nostre radici e le nostre Tradizioni di Popoli Europei. La Sovversione massonico-mondialista, attraverso l'immigrazione selvaggia, cerca di perseguire un vero e proprio tentativo di genocidio etno-razziale ed animico-spirituale ai danni dei nostri Popoli, distruggendone le radici etno-culturali, promuovendo l'uniformizzazione egualitaria della mentalità ed omogeneizzando i costumi all'insegna dei valori edonistici, creando un vero e proprio meticciato, dove cresceranno solo i vuoti miti del capitalismo mondialista.
Identità e Tradizione, più che una normale associazione culturale, è un vero sodalizio di Patrioti Etnonazionalisti che si sono posti come compito, come dovere imperativo, quello di salvaguardare l'immenso patrimonio etnonazionale, culturale, storico e linguistico dei Popoli Europei dai tentativi di sradicamento e d'alienizzazione posti in essere dall'ideologia mondialista, americanofila e terzomondista. Scopo principale dell'Associazione Culturale Identità e Tradizione è quello di promuovere ogni attività di tipo culturale, sociale, linguistico, storico, tendente alla valorizzazione ed alla difesa delle Identità e delle Tradizioni dei Popoli Europei ed alla diffusione del Pensiero Etnonazionalista e dell’Idea Völkisch.
Il Presidente della Associazione Culturale Identità e Tradizione
Silvano Lorenzoni
Silvano Lorenzoni
Il Segretario della Associazione Culturale Identità e Tradizione
Federico Prati
Federico Prati
Testi pubblicati
Federico Prati-Silvano Lorenzoni, Scritti etnonazionalisti. Per un'Europa delle Piccole Patrie, Effepi Edizioni, 2005.
F.Prati-S.Lorenzoni-H.Wulf, Etnonazionalismo ultima trincea d'Europa, Effepi Edizioni, 2006.
Federico Prati-Silvano Lorenzoni-Flavio Grisolia, I Fondamenti dell'Etnonazionalismo Völkisch, Effepi Edizioni, 2006.
F.Prati-S.Lorenzoni-F.
FedericoPrati-Silvano Lorenzoni, Filosofia, Dottrina e Mistica dell’Etnonazionalismo Völkisch, Effepi Edizioni, 2008.
Federico Prati-Silvano Lorenzoni, Heimat, Effepi Edizioni, 2011.
Per ordinare i libri:
EFFEPI EDIZIONI
effepiedizioni@hotmail.com
tel. 338. 919 5220
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