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Johann Gottlieb Fichte
Discorsi alla nazione tedesca
A cura di Enrico Burich con una postfazione di Francesco Ingravalle
Pronunziati dal 13 dicembre 1807 al 20 marzo 1808, a ridosso della sconfitta prussiana di Jena, i Discorsi alla nazione tedesca – qui riproposti nella classica versione di Enrico Burich – muovono da una dura imputazione di egoismo quale causa reale della sconfitta della Prussia e propongono un radicale programma di rieducazione della nazione. Gli individui vanno orientati a sentirsi parte del tutto nazionale, anziché atomi egoistici desiderosi soltanto del proprio benessere particolare. Il senso di appartenenza è non soltanto etnico, ma anche etico-politico e configura un tipo umano che realizza la libertà morale individuale come libertà della comunità nazionale. Un tipo umano che sarà non soltanto la guida per tutti i Tedeschi verso l'unificazione etico-politica, ma anche la guida dell'intera umanità sotto il regno della “ragione pratica” e della libertà secondo ragione.
J. B. Fichte
Lo Stato commerciale chiuso
a cura di Francesco Ingravalle, pp. 154+22;
Lo Stato deve garantire la libertà della comunità – e soltanto di conseguenza quella degli individui che la compongono –, attraverso un modello autarchico che elimini la povertà e assicuri a tutti i consociati lavoro e benessere. Nel momento in cui l’interdipendenza economica degli Stati del tempo in cui Fichte scrive Lo Stato commerciale chiuso (1800) si è fatta «transtatualizzazione» dell’economia, le parole del filosofo tedesco suonano come un appello «regressista» rispetto alle teorie economiche e politiche riguardanti lo sviluppo della globalizzazione. Un appello che implica un regime economico che esclude il lusso configurando uno stile di vita destinato al soddisfacimento delle necessità vitali e non alla creazione di nuovi bisogni. In altri termini, visto dalla prospettiva odierna, Lo Stato commerciale chiuso è un modello economico-politico alternativo al capitalismo in via di globalizzazione.
Friedrich Nietzsche
Sul futuro delle nostre istituzioni educative
a cura di Giulio Sélzac
Da qui si dovrebbe ripartire - da questo fondamentale, insuperato testo giovanile nietzscheano, composto nel 1872 - per ripensare, riformare, rivoluzionare la scuola e la cultura. Non già per ridiscuterle, perché questo è un libro di certezze, di ingiunzioni, di assiomi: non è un'operina dialettica e possibilistica. É grande politica applicata al 'sacramento' della formazione. E l'inno al genio, all'eccezione, pieno di orrore per Rousseau, per l'illusione egualitaria, per la fola modernissima del "se provo, riesco", per le mandrie affamate di sapere - perché sapere è potere -, che pretendono di invadere tutto, licei, università, accademie, tutto.
La scuola secondo Nietzsche dovrà insegnare a ciascuno a stare al posto proprio (insistendo intorno al cardine della sapienza ellenica, all'apollineo "conosci te stesso" coniugato al "nulla di troppo", ovvero: sappi quale rango ti compete nell'ordine dell'esistenza), dovrà propiziare le vocazioni; non dovrà mai uniformare ma dividere, distinguere, e, alla bisogna, tranciare di netto. Sarà una scuola di maestri che sconvolgono, non di predicatori che consolano.
Di geni che si perfezionano, non di idioti velleitari. Di platoniche "fiaccole da accendere con l'esempio", di fuoco, non di liquide parole d'oblio e di rassegnazione. Altro che il '68 di un secolo dopo, altro che la fantasia, i fumi e le canzonette! Altro che la contestazione dell'onda fiacca del Duemila! Altro che l'oscena ipocrisia dell'obbligo scolastico! Una salutare riscrittura di programmi e progetti di formazione può nascere unicamente 'ruminando' questo vaticinante testo ottocentesco, che ci ricorda, soprattutto, il rischio da tenere sempre presente quando si tratta di pedagogia: "lo stupido istruito ha solo un campo più vasto per praticare la propria stupidità".
Per parte nostra abbiamo tentato in tutti i modi di distogliere gli stupidi dalla lettura di Nietzsche, affidando la versione di Sul futuro delle nostre istituzioni educative a un magnifico Elleno, che ha volto il testo in un italiano così puro e perfetto da riuscire certamente odioso al gran numero di stupidi in cerca di autore.
Friedrich Nietzsche
Ditirambi di Dioniso. Idillî di Messina
Le liriche nietzscheane raccolte in questo volume dimostrano come l’alternativa Nietzsche-filosofo o Nietzsche-poeta non si ponga. La divina ispirazione del poeta nutre, infatti, il filosofo e l’attenta sottigliezza del filosofo giova al poeta. Anzi, c’è ragione per supporre che Nietzsche intendesse la poesia come “Uebergedanken”, come forma ed espressione suprema del pensiero – e dunque credesse più filosofo del filosofo il poeta. Lui, il confidente della parola - che la parola non “parla”, ma “medita”. Alla poesia più che al ragionamento, all’arte massimamente trasvalutativa Nietzsche affida dunque i propri migliori auspici. Gli inni in onore di Dioniso avrebbero dovuto, nelle intenzioni del loro autore (come l’inclusione di alcuni di essi nello Zarathustra prova), prendere il posto dei salmi giudeo-cristiani, e così la forza sostituirsi all’estenuazione, il nichilismo attivo al nichilismo passivo, la creazione alla rovina, la gloriosa superbia all’opprimente umiltà, la volontà sovrana al ressentiment sociale. Se Orfeo riuscì col suo canto a sradicare dai monti le querce e a ridurre al pianto le pietre, perché non avrebbe potuto un suo reverente discepolo operare analogo miracolo e riportare l’Ellade in un’Europa dimentica? Così meditava il filologo Nietzsche.
Friedrich Nietzsche
La filosofia nell'epoca tragica dei Greci
«I Greci hanno domato il loro di per sé insaziabile impulso al sapere per riguardo alla vita, per un bisogno ideale di vita, perché volevano vivere immediatamente ciò che avevano appreso.» In quest'opera genealogica che, definendone l'origine, cerca il significato stesso della filosofia, il sapere è tutt'uno con il sapore della vita. La scaturigine del pensiero europeo è, per Nietzsche, nel segno della conoscenza-sapienza, contro la conoscenza-scienza, sterile e opaca. Chi erano Talete, Anassimandro, Eraclito? Docili pastori del meccanicismo di un essere matematicamente postulato? Supini notai dell'esistenza, della realtà del sasso? Anzi: erano quasi i forgiatori e i garanti dell'essere, gli orecchi che sapevano cogliere, e i cuori sensitivi che sapevano tradurre, la musica delle sfere. Senza di loro: l'insensata vacuità della superstizione scientifica e il silenzio, il buio della vita. Attraverso di loro: l'ordine, e la verità fatta carne, provata dallo splendore, non verificata attraverso lo svolgimento di una concatenazione matematica. La verità magnifica (il «grande stile» della verità) e inesauribile: un flusso di linfa che innerva l'uomo e il mondo ritornando a volte all'uomo - non a ciascuno, non sempre: come vuole la Moira, Dea imprevedibile più di ogni femmina - per farsi osare e cantare. Non la verità prigioniera di un sillogismo. La verità imperativa e, ossimoricamente, arbitraria. Non la verità uguale per tutti, suprema contraddizione dei canoni della vita. In principio, la filosofia fu tripudio abbacinante, gloria del sapere (più Pindaro che Hegel, più Omero che Descartes). Tramontata la sua aurora, divenne almanacco degli zelanti e pretesto dei languenti. La sapienza dovette allora fuggire dagli studi e dalle biblioteche per dare confidenza ai guerrieri. Ecco l'età del ferro: la sapienza indotta a cantare solo dove, tra il genio e il mondo, «si incrociano le spade».
Friedrich Nietzsche
Lo Stato dei Greci. L'agòne omerico
In principio fu la schiavitù. In principio furono l’efferatezza e l’agone. In principio fu un cosmo ordinato secondo i moti della potenza. Questo nota Nietzsche dello spettacolo umano più bello che noi occidentali si possa vantare: l’epoca dei Greci. La compostezza sovrana che caratterizzò gli Elleni, la loro arte perfetta, le loro pagine di radiosa sapienza, tutti i superlativi dell’essere degnamente uomini vengono, per il filologo-filosofo tedesco, dalla sopraffazione e dal trionfo dei migliori sui peggiori. E dunque queste pagine temerarie sono l’elogio più spiegato di ciò che il moralista (e il moderno) aborre: schiavitù, guerra, aristocrazia, superbia. L’elogio nietzscheano è intonato in nome della “grande riuscita”: l’unico fine, antiumanistico, sotteso - meglio: connaturato - all’avventura umana.
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