LE ‘NOSTRE’ PAROLE DI ZARATHUSTRA

Postato da Admin il 08 SET 2011

"L’editio sincera di Nietzsche, la collezione “Alter ego” di Ar, che ospita i testi del grande filosofo tedesco con l’originale a fronte, è giunta alla prova decisiva: la versione dello Zarathustra. Opera da far tremare le vene e i polsi per la profondità teoretica, per la purezza stilistica, per il labirinto di echi e rimandi in essa contenuti (illuminati con sorprendente virtuosismo dal Curatore). Il volume (di 590 pagine) vedrà la luce tra qualche mese, ma, data la sua importanza, vi proponiamo di divenirne già sottoscrittori da ora.

LE "CENTURIE NERE" PRECURSORI RUSSI DEL FASCISMO?

Postato da Admin il 28 giu 2011

"Il Fascismo non è nato in Italia e in Germania. Ebbe la sua prima manifestazione in Russia, col movimento dei “Cento Neri”, completo già all’inizio del 900 nelle sue azioni e nei suoi simboli: la violenza politica, l’antisemitismo feroce, i neri stendardi col teschio. “Maurizio Blondet in -Complotti- (Il Minotauro, Milano, 1996, pag.83)...

Steno Lamonica intervista Silvia Valerio

Postato da Admin il 07 SET 2011

Silvia Valerio, ha pubblicato nel 2010 il libro “C’era una volta un presidente”, la fabula milesia dei suoi diciott’anni. Tutt’attorno, eroi, prove, comparse, antagonisti, e qualche apokolokyntosis. "L’invidia… talvolta, in uno di quelli che volgarmente chiamano trip mentali, vedo di fronte a me una nuova versione del Giudizio Universale, un po’ psichedelica e sadica, dove Dio, o chi per lui, affossa ed esalta in base alle reazioni delle anime di fronte a un’opera di Botticelli. Lo so, sono rimasta scioccata da chi al liceo sosteneva che Botticelli i piedi li disegnasse male."

COME IL MONDO ANTICO È DIVENTATO CRISTIANO

Postato da Admin il 27 Set 2011

"Da parte di diversi autori è stato osservato che il cristianesimo si è potuto diffondere con relativa rapidità nel mondo antico, incontrando relativamente poca resistenza, in una maniera che è stata paragonata a un contagio, un'epidemia le cui cause sembrano in qualche modo misteriose, nonostante la sua evidente carica di sovversione e dissoluzione nei confronti del mondo e della cultura antichi.

La Spagna tra Goti Arabi e Berberi in uno degli ultimi scritti di J.A.Primo De Rivera

Postato da Admin il 21 Ott 2011

Ebbe a scrivere Maurice Bardeche in “Che cosa è il Fascismo” (Volpe, Roma, 1980, pag.47) “Il solo dottrinario di cui i fascisti del dopoguerra accettano le idee all’incirca senza restrizioni, non è né Hitler né Mussolini, ma il giovane capo della Falange, il cui destino tragico lo sottrasse all’amarezza del potere ed ai compromessi della guerra”, Frase bellissima come tante altre nel libro del Bardeche, ma che non ha mai completamente convinto chi scrive.(1).

Il “mondo aurorale” di Silvano Lorenzoni
Presentare Silvano Lorenzoni è una impresa ardua per cui ci limitiamo a citare un passo della sua autobiografia, molto significativo, per conoscere e capire il nostro Autore: '...oltre al veneto e all'italiano, parlavo soltanto lo spagnolo, il francese e l'americano; ma percepii abbastanza presto che ci voleva anche il tedesco (avrò avuto trentadue o trentatré anni) - e mi misi d'impegno e con successo a impararlo. Con un discreto bagaglio linguistico (mi sarebbero mancati, e mi mancano, il giapponese e il russo) e armato di molta buona volontà lessi per la prima volta Nietzsche, Spengler, Gobineau, Evola - quest'ultimo fu, certamente, fra gli autori da me trovati intuitivamente congeniali, quello a cui devo di più, pure senza che io mi possa classificare come evoliano in senso stretto e tanto meno come 'evolomano' (una categoria di persone che non mancano soprattutto in ambienti di lingua italiana). Il mio interesse per l'etnologia, nonché per le scienze esoteriche e per la storia comparata delle religioni, mi incamminarono anche verso Mircea Eliade, studioso-principe in quei campi, e più tardi verso Wilhelm Schmidt. La lettura di Adriano Romualdi fu un incentivante per sistematizzare e puntualizzare ciò che sul cristianesimo e, in generale, sul monoteismo, aveva già più intuito che capito; mentre attraverso quell'autore e avendo già una discreta conoscenza del tedesco, potei avvicinarmi al mondo degli psicoantropologi dell'anteguerra - soprattutto Günther e Clauss - le cui opere, anche se adesso parzialmente datate, rimangono fondamentali per la comprensione di alcuni aspetti comportamentali umani e certi indirizzi religiosi: su questo, più avanti. (1)

Intervista a cura di Steno Lamonica

(D)     Anche lei, Silvano Lorenzoni, è stato messo nelle sabbie del silenzio mediatico. I suoi libri e studi, tutti lucidamente documentati, sono letti da pochi mentre il valore dei suoi lavori è decisamente alto.

(R)     La chiave di questa situazione sta soprattutto nel fatto che i miei scritti, in termini generali, sono fra i più ‘controcorrente’ che si possano trovare negli ambienti librari di lingua italiana; e sappiamo quanto peso ha il non essere ‘politicamente corretto’. A questo si aggiunga che io ho incominciato a essere presente nell’ambiente intellettuale italiano da tempo relativamente breve, una quindicina di anni. – Nonostante tutto, però, sono abbastanza conosciuto nelle migliori cerchie intellettuali e ci sono dei lettori fedeli e intelligenti che seguono le mie opere. – Quanto alla qualità ‘decisamente alta’ dei miei scritti, e indipendentemente dal loro contenuto concettuale, la mia formazione tecnica mi rende consapevole della necessità di documentare in modo esauriente ogni cosa che si affermi; e questo io ho fatto ogni volta che ho pubblicato qualcosa. Ognuno che legga un mio scritto si trova confrontato anche con un vasto panorama di ulteriori possibilità di approfondimento il che, per chi è acuto e curioso, non può se non essere di stimolo e di utilità.


(D)     Lei è stato esploratore e conosce numerose etnie. Cosa ricorda di indelebile?

(R)     Un’impressione generalizzata che ho ricavato dai miei viaggi è stata che le popolazioni terzomondiali che ho potuto incontrare allo stato brado, o quasi, davano tutte l’impressione che fosse impossibile che da loro potesse insorgere qualcosa di ‘meglio’ – fra l’altro, una caratteristica generalizzata dei selvaggi è, in ogni luogo, una bassa furbizia e disonestà generalizzata che mi ha sempre colpito. – Indipendentemente da quanto sopra, un fatto specifico che mi è sempre rimasto impresso risale ai primi anni Cinquanta (avrò avuto dieci anni) quando acquistai una notevole dimestichezza con la lingua degli indigeni, adesso estinti, del Delta dell’Orinoco: essa mi si rivelava stranamente ricca di possibilità grammaticali e sintattiche, di massima inutili per le necessità reali di comunicazione di quegli indio dalla vita a livello quasi animale (io facevo il confronto con la lingua spagnola); e già allora notai come essa fosse di gran lunga superiore al cosiddetto ‘inglese’ (già allora parlavo lo spagnolo alla perfezione e l’’americanese’ abbastanza bene). Questa medesima osservazione la trovai molto tempo dopo nelle memorie del Barone Alexander von Humboldt. – Posso aggiungere che in quell’allora l’Iberoamerica era ancora un ‘pozzo senza fondo’ per chi si interessasse di studi etnologici, zoologici, botanici – io feci quel che potevo fare: il mio tempo era limitato dalla necessità di lavorare per guadagnarmi da vivere.

(D)      Etnonazionalismo ultima frontiera d’Europa. Può sintetizzare il termine ‘etnonazionalismo’?

(R)     Il termine ‘etnonazionalismo’ si riferisce al fatto che perché uno stato-nazione possa funzionare veramente bene, esso deve essere etnicamente omogeneo, al meno in prima approssimazione. Omogeneità etnica significa soprattutto omogeneità razziale; e poi culturale. – Diversa è la condizione quando si volesse parlare di un impero, tipo l’Impero Asburgico, già ‘Sacro Romano Impero’. Esso funzionava perfettamente tenendo sotto uno stesso scettro un grande coacervo di popoli, razzialmente omogenei ma culturalmente e linguisticamente eterogenei. Uno stato-nazione disomogeneo non può se non finire in fallimento.
 

(D)     È conciliabile per un cristiano – che creda nel cosmopolitismo, universalismo, internazionalismo – aderire all’etnonazionalismo, quando per dogma il cristianesimo rifiuta l’ethnos?

(R)     A parere mio no – anche a prescindere dal fatto che ormai il ‘cristianesimo’ si è diversificato in un numero stragrande di varietà, capaci a seconda dei casi di accomodarsi a qualsiasi situazione. Vale la pena, in questa sede, di riportare quanto Theodor Fritsch aveva da dire a proposito dei ‘cristiani antiebrei’: “Gli antiebrei cristiani sono come quegli aborigeni che credono di essersi ‘sbiancati’ quando si mettono addosso qualche straccio di vestiario europeo: essi rimangono di colore ma hanno rinunciato alla propria identità. L’antisemitismo cristiano, in qualsiasi sua forma, non può se non fare ridere”.


(D)     Lei ha girato il mondo. Con l’attuale planetaria invasione allogena, possiamo affermare che il paganesimo indoeuropeo è la risorsa vincente per la Fortezza Europa? Per i pagani indoeuropei dell’induismo siamo alla fine del ciclo cosmico …
(R)     È mia opinione che il paganesimo indoeuropeo (e anche non indoeuropeo) è il contrario del monoteismo, quindi dell’ebraismo e dei suoi derivati  - se la policromia pagana è praticamente infinita, il monoteismo è unico. Il paganesimo indoeuropeo potrebbe costituire la radice religiosa di una futura Europa, ma credo non sia il caso di illudersi che il paganesimo possa essere adesso come adesso la forza formante della nuova Europa: esso risorgerà nel modo più naturale dopo che l’Europa/la razza bianca abbiano rifiutato ebraismo e modernità ebraica. Che noi adesso siamo alla fine di un ciclo storico-cosmologico, come affermano tutte le tradizioni indoeuropee e anche di tutti i popoli civili anche non indoeuropei (per tutti i popoli superiori la storia acquisisce caratteri ciclici), sembrerebbe ovvio. Ma la fine del ciclo non è la fine della storia (della fine della storia parlano soltanto i monoteisti) ma l’inizio di una nuova umanità e quindi di una nuova storia.

(D)     Lei è poliglotta. L’imbarbarimento, accorciamento, stupro semantico di una lingua, cosa prefigura?

(R)     Poliglotta, entro certi limiti, lo sono, ma la mia conoscenza dettagliata delle lingue (parlare, capire, leggere, scrivere) si limita a sette, e sono tutte lingue o neolatine o germaniche – per disgrazia non conosco alcuna lingua slava. (Poi ho studiato a titolo comparativo alcune lingue amerindie, bantù, boscimanesche, senza approfondire più di tanto; studi che mi furono di utilità quando stavo stendendo il mio libro Il Selvaggio.) – Per venire alla vostra domanda, essa si configura come più complessa di quanto potrebbe sembrare. I miei studi di etnologia linguistica sembrerebbero indicare che, paradossalmente, in popolazioni estremamente decadute ma che presumibilmente erano rimaste in grande misura isolate durante il percorso storico della loro decadenza, non si riscontra un imbarbarimento della lingua, ma piuttosto una sua ‘fossilizzazione’: un esempio interessantissimo era costituito dagli ormai estinti fueghini yámana. Invece, anche a livello storico, delle catastrofiche fenomenologie di decadimento seguono a fenomeni di meticciato linguistico – in riguardo, nel mio libro Il Selvaggio queste fenomenologie sono sviscerate in discreto dettaglio. I ‘papiamento’ (intrugli linguistici all’impazzata) comportano sempre segni di degenerazione psicologica quando riescano a stabilizzarsi, altrimenti scompaiono. Le analogie fra l’americanese e le lingue bantù, segnalate da Claude Hagège, sono significative.

(D)     Invasioni allogene e cristianità: esiste un rapporto, una complicità, secondo lei?

(R)     Vi riferite sicuramente all’invasione dell’Europa da parte di masse di colore, fenomeno minaccioso e straripante da almeno 30 anni. Rapporto e complicità con il cristianesimo/i cristianesimi c’è di sicuro; e ricordiamoci che il cristianesimo è un fenomeno estremamente complesso (vedasi il mio La figura mostruosa). Ma il nocciolo ultimo del cristianesimo/dei cristianesimi sta nell’essere l’utensile-principe per mettere il mondo in mano e sotto il tallone di quel ‘popolo eletto’ al quale questa soluzione è stata proposta e promessa dal suo ‘dio’ – Geova. Queste casistiche sono state da me discusse in dettaglio nei miei Contro il monoteismo e La figura mostruosa di Cristo.

(D)     Flavio Claudio Giuliano, l’imperatore che tentò di ripristinare il paganesimo contro il cosmopolitismo cristiano, fu assertore della concezione degli dei etnarchi, cioè appartenenti all’ethnos.  Secondo lei, c’è uno stretto rapporto con l’etnonazionalismo?
(R)     Certamente un nesso c’è. Ricordiamo che il fondamento di ogni religione di genti normali (nel senso superiore della parola) è la percezione esistenziale del sacro e che il modo in cui quella percezione viene poi estrinsecata dipende dalla particolare psicologia razziale ed etnica di ognuno di quei popoli normali. Anormale per eccellenza è l’ebraismo/monoteismo (così Werner Sombart), che è l’unica ‘religione’ (se così ci si può esprimere) che manca di qualsiasi indirizzo sacrale, per cui con la ‘divinità’ (per modo di dire) si stringe un contratto di tipo commerciale. – Ogni popolo normale ebbe i suoi dei etnarchi.


(D)     Quali lingue parla? In quali fra queste la traccia indoeuropea sta resistendo meglio?

(R)     Parlo il veneto (mia madrelingua, ormai ufficialmente degradata a dialetto ma una volta parlata ufficiale della Serenissima), l’italiano/toscano, il tedesco, il francese, lo spagnolo, l’afrikaans (olandese sudafricano) e l’americanese (qualche altra la so soltanto leggere). Si queste lingue quella che comporta in modo più totale l’impronta indoeuropea, è certamente il tedesco. Ma, a quanto affermano gli specialisti, la lingua indoeuropea più antica che ancora sia parlata è il lituano; mentre l’impronta indoeuropea permane, a quanto mi risulta, abbastanza fortemente nelle lingue slave settentrionali.

(D)     Gli USA. Alcuni parlano di inizio della fine. Noi non lo vediamo.

(R)     L’argomento è reso complesso dal fatto che non bisognerebbe parlare di USA (United States of America) ma di USrael. Il castello di carta rimarrà in equilibrio fino a quando la ragnatela bancaria ebraica potrà ancora andare avanti. Gli ‘USA’ non sono un paese (fra l’altro con una popolazione ormai al quasi 50% di colore) ma una facciata dall’aspetto di paese dietro alla quale stanno gli interessi usurocratici ebraici e il cui unico scopo e funzione e quello di proteggere e favorire i medesimi, assieme allo stato-truffa di Israele. Questo viene fatto essenzialmente attraverso il ricatto nucleare. Una situazione delicata e anche pericolosa, ma che non potrà andare avanti per sempre.


(D)     L’ICI, l’IRES, l’8 per mille. Questi sono alcuni dei privilegi regalati dai politici al ricchissimo Stato del Vaticano, mentre gli operai, pensionati, artigiani, impiegati italiani sono umiliati da finanziarie distruttive. Trova giusto che lo Stato del Vaticano abbia questi privilegi che, se non vi fossero, porterebbero alle casse dello stato italiano cifre colossali?
(R)     È certamente ingiusto, ma la politica spicciola alla giustizia bada poco. Secondo me, sotto l’andazzo suffragiocratico a cui si è soggetti (e non solo nell’espressione geografica Italia, ma in tanti altri posti) la cosiddetta chiesa/le chiese cristiane hanno ancora, disgraziatamente, il potere da fare da calamita a tanti voti. L’interferenza politica clericale in tutto il mondo monoteista è un maledetto fardello che ci si tirerà dietro fino a tanto che monoteismo ci sarà ancora. Sappiamo che la tendenza monoteista – di qualsiasi tipo di monoteismo – è la teocrazia. – Nell’espressione geografica Italia, dove si trova topograficamente la sede papale, questo fatto è ipertrofico; siamo dietro soltanto all’Arabia Saudita. E questo alla faccia del pagliaccesco ‘anticlericalismo’ del cosiddetto ‘risorgimento’.

(D)     Il suo libro La deformazione della natura scritto con lo pseudonimo di Silvio Waldner, edizioni di Ar, Padova, 1997, è uno scritto che se lo avesse avuto la sinistra con tutta la sua potenza di diffusione sarebbe stato un ‘bestseller’. Secondo lei, sta nascendo con lei come maestro una scuola italiana di etnonazionalismo?
(R)     Troppo onore. Io non mi atteggio a ‘maestro’ o a ‘vate’ – ma sono profondamente soddisfatto di avere fatto e di continuare a fare il mio specifico, per quanto modesto, dovere nella direzione dello scardinamento dell’attuale sistema. Ho già 70 anni, non mi faccio illusioni di potere essere presente alla coronazione dell’opere che, assieme a tanti altri, cerco di portare avanti (e in ciò concordo con Julius Evola). Ma questo non costituisce per me un problema.


(D)     In Italia c’è un vivacissimo fermento per la costante crescita del paganesimo, sia italico-romano, sia ellenico, sia celtico. Lei approva?
(R)     Certamente approvo – collaboro, anche, entro i limiti del mio possibile. Questo fermento esiste non solo nello spazio italiano ma in tutta l’Europa, nonché anche in Armenia e in Asia centrale. È mia opinione che tutto quanto sia diretto contro la ‘modernità’, che ha per radici portanti il monoteismo, è qualcosa di positivo.


(D)     A che libro sta lavorando?
 
(R)     Ho diverse ‘direzionali’ di lavoro. Una è la critica religiosa (Contro il monoteismo, La figura mostruosa), un’altra l’etnonazionalismo, quale presidente dell’associazione Identità e Tradizione dove collaboro con Federico Prati. Ancora, ho redatto studi di cultura generale e di geopolitica (Deformazione, Tre messe a punto, Tomás Funes). Ultimo ma non ultimo mi occupo di gnoseologia di indirizzo kantiano come è stata sviluppata da Hans Vaihinger e soprattutto da Hugo Dingler (Chronos, Sottomondo e sovramondo, Equilibrio antropocosmico, Cosmologia alternativa, Mondo aurorale, Fantasmi, Continenti perduti, Cesure epocali). Adesso sto lavorando su di un Non-A: saggio sul mondo psichico, che spero riuscire a finire per metà 2012. Anche se sono in pensione, il mio tempo disponibile è sempre piuttosto scarso.
 
 
 


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Di Fabio Calabrese



Come tutti sappiamo, la ricorrenza del 150° dell'unità italiana è stata occasione di discussioni piuttosto arroventate.

Forse non varrebbe nemmeno la pena di rilevare il fatto che la sinistra, dopo aver denigrato, deriso, screditato, sputato addosso a tutto ciò che sapesse anche vagamente di nazionale per sessant'anni, si è impadronita della celebrazione in modo del tutto strumentale per infastidire la Lega Nord. Semmai il dato interessante è constatare che i “compagni” hanno cambiato idea nel giro di una notte e in blocco, non solo si sono scoperti patrioti, ma si sono persuasi di esserlo sempre stati.
“Contrordine, compagni!”. Forse quando Giovanni Guareschi ha superbamente disegnato la figura del trinariciuto, era convinto di aver fatto una caricatura, invece ha solo riprodotto la realtà. In più, in questa capacità di alterare il ricordo del passato e di persuadersi in maniera spontanea delle proprie falsità, non è possibile non vedere qualcosa di orwelliano.

Per noi, almeno per quelli fra noi che non rinunciano a usare il cervello, il discorso è un tantino più complesso, per non dire che ci dibattiamo in una contraddizione: da un lato il riscatto del nostro popolo tornato a essere nazione dopo secoli di divisioni e di dominazioni straniere non può non coinvolgerci emotivamente, dall'altro il risorgimento appare inserito a livello europeo in quel complesso movimento antitradizionale, sovversivo, “liberale” che ha portato all'affermazione planetaria della democrazia, alla vittoria dell'oro sul sangue, alla fine della centralità planetaria europea, a portare il nostro continente prima sotto il tallone doppio della dominazione americano-sovietica, poi unicamente sotto quella americana.

   In realtà però la contraddizione è solo apparente. Una cosa, infatti, è stata l'insorgenza spontanea del nostro popolo contro la dominazione straniera, un'altra molto diversa l'azione di uomini che di essa si sono impadroniti per tutt'altre finalità, e non c'è alcuna contraddizione fra l'essere e il sentirsi italiani e l'essere e il sentirsi europei. L'ho spiegato con ampiezza nel mio saggio Il grande equivoco pubblicato sul n. 70 de “L'uomo libero” a cui vi rimando.

Il punto di vista cattolico, invece, non è difficile da capire. Al di là delle dichiarazioni buoniste degli alti esponenti del clero (per tutti, il cardinale Bertone che lo scorso settembre 2010 ha partecipato nientemeno che ai festeggiamenti per l'anniversario della presa di Porta Pia), che non riflettono altro che la tradizionale, inveterata ipocrisia ecclesiastica, il vero animo del “popolo dei credenti” si scopre andando a visitare i siti cattolici sul web, e qui troviamo un astio e un veleno che un secolo e mezzo non sembrano aver affatto attenuato. Che gli Italiani si siano ripresi ciò che era stato loro sottratto con la violenza e con l'inganno, per costoro continua a essere un'intollerabile usurpazione (Parlando di inganno, sarà bene ricordare che non solo la presunta donazione di Costantino con cui si pretese l'imperatore avesse donato alla Chiesa l'impero occidentale, è un falso di età medievale come dimostrò nel XV secolo l'umanista Lorenzo Valla, ma altrettanto fraudolenta fu la donazione di Sutri con cui venne costituito il primo nucleo effettivo del “Patrimonio di Pietro”, quello che sarebbe poi divenuto lo Stato della Chiesa. Il re longobardo Agilulfo intendeva restituire ai precedenti proprietari il castello di Sutri e altri possessi occupati dalle sue truppe; gli fu fatto credere che essi appartenessero alla Chiesa, ma in realtà erano bizantini).

Scopriamo con sorpresa che dei momenti della nostra storia nazionale, l'odio cattolico non si riversa solo sul risorgimento, ma risale indietro fino al rinascimento visto come un periodo di risorgenza pagana che ha messo il cristianesimo gravemente a rischio.

Ora accade che nei nostri ambienti, mentre del risorgimento si è parlato molto in tempi recenti, del rinascimento non si è parlato quasi per nulla.

E' ovvio che il rinascimento presenta una differenza basilare rispetto al risorgimento, quella di essere stato un movimento culturale, letterario, filosofico, religioso, artistico, ma non politico; tuttavia fra questi due momenti della nostra storia c'è un rapporto, se non di continuità, d'implicazione logica, perlomeno nel senso che la grande fioritura intellettuale, culturale, artistica del rinascimento fu stroncata dalle invasioni e dominazioni straniere, diretta conseguenza della mancanza di quell'unità politica che il risorgimento doveva realizzare tre secoli più tardi.

Ora, quando i cattolici integralisti accusano il rinascimento di essere stato una rinascita di uno spirito pagano mai cancellato nell'antico ecumene romano-classico, non si potrebbe fare altro che ammettere che hanno pienamente ragione, e il discorso potrebbe finire qui.

Senonché sarà il caso di spendere qualche parola per questa rilevantissima stagione della nostra storia oggi così poco conosciuta al di là di qualche reminiscenza scolastico-libresca, e che rappresenta l'ultima volta in cui la cultura italiana è stata egemone a livello europeo.

Chiariamo subito che la distinzione fra umanesimo e rinascimento non ha in realtà molto significato. Con “umanesimo” ci si riferisce al periodo quattrocentesco e con “rinascimento” al cinquecento, oppure il primo termine indica il quattro-cinquecento in campo culturale, letterario e filosofico, mentre s’impiega preferibilmente il secondo nelle arti figurative, ma in realtà fra le due cose non c'è nessuna discontinuità.

Convenzionalmente, si fa iniziare l'umanesimo con il 1438. In quell'anno si tenne il concilio di Firenze che sancì la riunificazione della Chiesa ortodossa con la Chiesa cattolica. Si trattava in sostanza di una mossa dell'imperatore bizantino nella speranza di ottenere aiuto dalla cristianità occidentale contro la dilagante minaccia ottomana, e non era destinato a produrre effetti di rilievo né in campo politico né in campo religioso. Gli occidentali, infatti, si guardarono bene dal prestare aiuto a Bisanzio, e Costantinopoli cadrà in mano ai Turchi nel 1452.

Sommersa dalla catastrofe la Chiesa ortodossa dipendente dal patriarca di Costantinopoli, si riorganizzarono su base nazionale le diverse Chiese ortodosse greche, serba, russa e via dicendo, vanificando in concreto le decisioni del concilio del 1438.

Era già a quei tempi un dejà vu, una vicenda già vista, e trova strani parallelismi in tempi molto più vicini a noi. Tutte le volte che la cristianità, ma dovremmo dire l'europeità, orientale ha dovuto lottare per la propria sopravvivenza contro la montante marea islamica, e ha avuto la malaugurata idea di chiedere aiuto all’occidente, non ha trovato la mano fraternamente tesa ma la pugnalata alla schiena. Era successo nel 1204 quando i crociati, invece di muovere contro il nemico islamico, posero sotto assedio, espugnarono, saccheggiarono e incendiarono Costantinopoli; è successo di nuovo nella nostra epoca quando la NATO ha aggredito la Serbia in appoggio ai mussulmani della Bosnia e del Kossovo, dimostrando con chiarezza solare di non essere altro che un burattino nelle mani dei nemici dell’Europa.

Il concilio di Firenze ebbe tuttavia grande importanza in campo culturale, i bizantini, infatti, rimisero l’Europa occidentale, soprattutto l’Italia, in contatto con la tradizione culturale classica che in età medievale era andata in gran parte perduta, e in particolare col pensiero di Platone di cui l’occidente aveva perso memoria. Non a caso, a Firenze nacque quell’accademia platonica che ebbe in Marsilio Ficino la sua anima e nella corte medicea il suo mecenate.

Tutto questo è vero, ed è storicamente ben risaputo, tuttavia io azzarderei l’ipotesi che all’origine dell’umanesimo e del rinascimento vi sia una componente autoctona maggiore di quanto generalmente non si pensi, e una minore discontinuità con il medioevo comunale.

Occorre premettere che la cristianizzazione aveva coperto una linea di faglia dell’Europa perché un conto era dove essa, si era affermata su popolazioni fin allora barbariche, e un conto del tutto diverso là dove si era insediata sui resti di un’antica cultura fra le più elevate che l’antichità abbia conosciuto, in parte assorbendola e distorcendola per i propri scopi, in parte distruggendola e cancellandola; distruzione e cancellazione non così complete come sembrava a una considerazione superficiale.

Sotto il manto cristiano si celavano due Europe fra le quali esistevano importanti differenze, e non è un caso che l’antica linea di faglia segnata dal limes romano riapparirà con chiarezza con la Riforma. Questo è un punto che occorre avere ben chiaro per capire cosa è realmente successo in Europa dalla metà del cinquecento in avanti. Per il mondo latino e in particolare per l’Italia, il rifiorire di una cultura laica – e vedremo che non esistono stacchi significativi fra l’età comunale e il quattrocento umanistico – significò in maniera del tutto naturale riscoprire la cultura classica (e le sue innegabili componenti pagane), una cultura a cui invece l’Europa centro-settentrionale era rimasta estranea.

La Riforma protestante fu una reazione contro l’autoritarismo verticistico e la corruzione della Chiesa “romana” (romana, s’intende sempre nello stesso senso in cui un cancro appartiene alla persona che ne è affetta) ma fu anche un movimento anti-umanistico e anti-rinascimentale ispirato da un odio genuinamente cristiano per la cultura, e non a caso attecchì presso popoli che erano rimasti fuori dall’ecumene romano.

A sua volta, la Chiesa cattolica di cui l'umanesimo e il rinascimento avevano intaccato l'egemonia culturale ma non certo quella politica e la possibilità di pervadere la società dei Paesi non riformati con un brutale potere costrittivo, reagì imponendo la sua ortodossia con estrema violenza. Il movimento umanistico-rinascimentale si trovò attaccato e soffocato da due parti, da entrambe le branche in cui il cristianesimo si era diviso.

Uno dei più prestigiosi storici della letteratura italiana, Giuseppe Petronio, ha parlato di rinascimento “strozzato”. Strozzato, soffocato, schiacciato non soltanto dalle invasioni straniere che hanno saccheggiato e immiserito l'Italia (un'alta cultura non può sopravvivere quando la società che l'ha espressa s'impoverisce), ma anche dal fanatismo simmetrico, dalla persecuzione da parte della Riforma e della Controriforma, con la riemersione in entrambe dell'odio cristiano verso la cultura di San Paolo ci aveva già dato testimonianza.

La grande frattura storica non si situa probabilmente fra il medioevo e il quattrocento umanistico, ma fra l'età del feudo e quella del comune. L'età feudale era un'epoca in cui la Chiesa aveva letteralmente il monopolio della cultura, addirittura dell'alfabetismo con le masse contadine tenute nell'ignoranza e il ceto nobiliare-cavalleresco del pari incolto e refrattario all'alfabeto, pago di essere il braccio armato della Chiesa stessa.

Con l'età comunale rinascono le città, i commerci, un ceto borghese. Il mercante, figura che ha una grande espansione nell'età comunale, non solo ha bisogno di conoscere la scrittura e il calcolo per condurre i suoi affari: è un uomo che viaggia, la sua esperienza lo mette a contatto con luoghi e con genti diverse, è uno il cui stile di vita affina la curiosità intellettuale, e ben presto trova angusta la gabbia in cui il clero tiene strette la cultura e la società europee. Il XII e il XIII secolo sono l'epoca della grande fioritura dei movimenti ereticali: catari, valdesi, patarini, gioachimiti, dolciniani.

Questi movimenti sono molto diversi dai movimenti pauperistici altomedievali; questi ultimi  erano moti di ribellione di masse di contadini sfruttati; nei “nuovi” movimenti ereticali, invece è forte non solo la coscienza dell'ingiustizia dei privilegi degli ecclesiastici e dei signori feudali, ma anche di quell'altra ingiustizia consistente nella confisca della cultura e del pensiero da parte del clero. Più che essere “ereticali” debordano fuori dal cristianesimo. Si pensi solo a cosa sono stati i catari o albigesi, e alla violenza, fra le più bestiali che l'Europa avesse fin allora visto, messa in atto per sradicarli.

Il catarismo fu una vera e propria rinascita pagana, forse la più importante dell'Età di Mezzo; e per quel che ne sappiamo, univa insieme idee del tardo paganesimo, sommerse ma non del tutto cancellate dalla cristianizzazione: idee neoplatoniche, manichee e gnostiche. Dal manicheismo, il catarismo derivava l'idea del mondo come terreno di scontro radicale fra il bene e il male, la luce e la tenebra, lo spirito e la materia. Probabilmente attraverso la tradizione pitagorica e quella platonica, i catari recepirono dall'orfismo l'idea che il mondo della materia è un carcere nel quale le anime sono imprigionate, e il Dio degli ebrei e dei cristiani, creatore di “questo mondo” fu identificato con il principio negativo. Ancor più opposta al cristianesimo, era l'idea mutuata dal pensiero gnostico, che ciò che salva non è né “la grazia” né la fede ma la conoscenza.

Davvero non stupisce che fra tutte le tendenze ereticali, lo gnosticismo sia sempre stato quella che la Chiesa ha combattuto con maggiore determinazione. Se la ragione umana e la conoscenza sono “ciò che salva”, allora la “rivelazione” e l'istituzione ecclesiastica incaricata di trasmetterla attraverso i secoli, diventano del tutto inutili. Non sorprende che la Chiesa in combutta con i re di Francia abbia stroncato il movimento cataro con estrema brutalità, indicendo una crociata che non ebbe nulla a che invidiare per violenza a quelle condotte in Oriente.

Che la vera frattura non si situi fra l'età umanistico-rinascimentale e il medioevo comunale ma fra quest'ultimo e il feudalesimo, lo dimostra anche una figura di intellettuale notissimo e assurto a simbolo della civiltà comunale stessa, ma assai poco compreso, ignorato nel suo aspetto più “scomodo”, Dante Alighieri.

Che nella Divina Commedia vi sia un insegnamento esoterico, Dante è il primo ad affermarlo invitando a cogliere la verità celata “sotto il velame delli versi strani”. Per quanto molti si siano soffermati a fantasticare di un “esoterismo cristiano” o di un “cristianesimo esoterico”, l'idea dell'esoterismo, di una verità per pochi eletti che è pericoloso rivelare alle moltitudini, va di per sé contro il cristianesimo, religione plebea quant'altre mai.

Di quale esoterismo si trattasse, in realtà non è molto misterioso, sono noti i legami di Dante e dei poeti del Dolce Stil Novo con il movimento esoterico dei Fedeli d'Amore (Amore che si può intendere sia in senso carnale sia in senso mistico), e i legami di questi ultimi con il movimento ghibellino e con la corte palermitana, così com’è noto che il ghibellinismo fu un movimento inteso a contrapporsi allo strapotere ecclesiastico.

In diversi punti della Divina Commedia, Dante sembra volerci indicare di non prendere troppo sul serio la sua ostentazione “ufficiale” di cristianesimo: ad esempio nel Paradiso i santi hanno la stessa saccenteria degli ecclesiastici dei suoi tempi (e di quelli di oggi). Avendo rivolto una domanda a uno di loro, si sente rispondere:

“Or chi sei tu che vuoi sedere a scranna

E giudicar lontano mille miglia

Con la veduta corta di una spanna?”

Altro fatto risaputo, è che i cavalieri templari offrirono protezione a molti albigesi durante e dopo la crociata scatenata contro questi ultimi, ed erano poi destinati a loro volta a cadere vittime della spietata macchina di distruzione formata dalla “santa” alleanza fra il papato e il re di Francia, anche se è puramente leggendario che i templari sarebbero stati custodi del Santo Graal dopo i catari-albigesi.

Non a caso nella Divina Commedia Dante ha parole infiammate contro la distruzione dell'ordine dei templari:

“Veggio lo novo Pilato sì crudele

Che ciò nol sazia, ma sanza decreto

Porta nel Tempio le cupide vele”.

Che ci mostrano il re di Francia Filippo il Bello, distruttore dell'ordine templare (lo novo Pilato) che porta nel Tempio (nelle capitanie templari) le vele avide alla maniera di un vascello saraceno venuto per distruggere e saccheggiare.

Più oltre troviamo un'allusione spregiativa al re francese, che morì aggredito da un cinghiale durante una battuta di caccia, e che egli descrive come “Quei che morrà d'un colpo di cotenna”.

Ma soprattutto la Divina Commedia, a saper ben guardare, è costellata di allusioni che ci fanno capire che il cristianesimo di Dante è una vernice esteriore che doveva coprire tutt'altro. Ad esempio, parlando della Fortuna:

“Et ella giudica et persegue, Fortuna suo regno,

Come il loro li altri dei”.

Ancora, egli attribuisce la litigiosità e bellicosità dei fiorentini all'influenza del dio Marte sotto il cui segno la città era stata fondata, e i resti di una statua del nume erano ancora visibili ai tempi del poeta.

La cosa che personalmente trovo più sorprendente sono le parole che il poeta immagina incise sul frontone della porta della città infernale di Dite:

“Fecemi la Divina Potestate

La Suprema Sapienza,

Il Primo Amore”.

Potere, Sapere, Amore: guarda caso, sono i tre principi cosmici della religione druidica simboleggiati nella triplice spirale del triskell. Chi era veramente Dante Alighieri? Un druido riemerso da un buio di secoli?

Noi capiamo a ogni modo che se il concilio di Firenze del 1438 e il rinnovato contatto con la cultura greca sono stati importanti per l'avvio del moto umanistico-rinascimentale, i semi così gettati andavano a cadere su di un terreno che era già molto fertile di suo.

La scienza che gli umanisti svilupparono fu la filologia, lo studio delle lingue e dei testi allo scopo di riportare questi ultimi alle versioni originali nel quadro di una corretta interpretazione storica. Questo, per la Chiesa che aveva sempre nutrito il proprio potere di falsificazioni ed equivoci, non poteva significare altro che brutti mali di pancia, e così fu.

La famosa donazione di Costantino, documento con il quale si riteneva che l'imperatore avesse donato alla Chiesa l'impero occidentale, si rivelò un falso di età medievale, ma la cosa non era certo finita lì.

La fine del quattrocento è l'epoca dell'umanesimo civile, dell'impegno politico di Machiavelli e Guicciardini. Costoro reagiscono alla crisi iniziata nel 1494 che apre la serie delle invasioni straniere. Entrambi individuano con chiarezza le cause della debolezza italiana nella presenza della Chiesa cattolica e del suo staterello, lo “Stato della Chiesa” che interrompe l'unità della Penisola. Machiavelli osserva che il papato è sempre stato la causa delle disgrazie italiane perché non abbastanza forte per unificare l'Italia, è sempre stato sufficientemente forte per impedire che qualcun altro lo facesse.

Le pagine di Francesco Guicciadini meritano di essere annoverate fra i classici dell'anticlericalismo: egli scrive di aver riscontrato nei preti così tanti vizi e così opposti “che non possono stare insieme che in un animale ben strano” e che il suo sogno sarebbe di vederli ridotti “o senza vizi o senza seguaci” o, come scrive in un altro punto, di vedere “l'Italia libera dalla tirannia dei preti”.

Altrove precisa che la familiarità che ha avuto con vari pontefici lo ha spinto ad amare la loro grandezza per il proprio interesse, e non fosse stato per questo, avrebbe amato Martin Lutero come se stesso.

Probabilmente Machiavelli non avrebbe invece provato nessun amore verso Martin Lutero. Al riguardo, il tema della corruzione della Chiesa, già allora vecchio e scontato, era ben poco originale, e il protestantesimo non era che una nuova varietà dello stesso male cristiano. (In altri articoli ho già espresso il concetto che il protestantesimo certamente non ha la struttura piramidale della Chiesa cattolica né il suo potere condizionante sulle strutture politiche, ma vi supplisce con il fanatismo e l'ossessione biblica, sicché delle due varianti del cristianesimo è ben difficile o impossibile dire quale sia la peggiore).

Machiavelli va ben più in là di Guicciardini, il male non è la Chiesa più o meno corrotta, ma la dottrina stessa del Discorso della Montagna.

“Il cristianesimo”, egli afferma, “Ha effeminato il mondo e l’ha dato in mano ai malvagi, perché gli uomini preferiscono sopportare le offese per guadagnarsi il paradiso, piuttosto che vendicarle”.

Allo stesso tempo, Machiavelli manifesta tutta la sua simpatia per le religioni antiche che cementavano il senso di appartenenza degli uomini alla comunità invece di distruggerlo come fa il cristianesimo. Una critica che per la sua lucidità e la sua radicalità rimarrà a lungo insuperata, almeno fino a Rousseau e a Nietzsche.

Bisogna però notare che anche riguardo al problema della debolezza dell’Italia conseguente alla mancanza di unità, che la rendeva facile preda di qualsiasi invasore straniero, non c’è una vera discontinuità fra medioevo comunale e umanesimo-rinascimento. Lo avvertiamo nella dolorosa consapevolezza sottintesa alle parole di Dante:

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

Nave sanza nocchiero in gran tempesta,

Non donna di province, ma bordello”.

L’Italia che non è più come al tempo di Roma, signora (“donna”) di province, ma a disposizione di chiunque voglia approfittarne.

Parole che viene da chiedersi se abbiano mai perso attualità, e che certamente ne hanno riacquistata parecchia dopo il 1945. Parole che sono anche una bruciante sconfessione di quegli storici, soprattutto di ispirazione marxista, che pretendono che gli uomini dell’Età di Mezzo non avessero il senso della nazionalità (o quest’ultima viene ridotta a invenzione borghese dell’età romantica). Ma a ben guardare, la differenza fra cristiani e marxisti e scarsa o minima.

A Dante fa eco altrettanto accorato Francesco Petrarca con la canzone All’Italia, che però è illuminata da una speranza di riscatto:

“Virtù contra furore prenderà l’armi e fia il combatter corto

Che l’antico valore negli italici cor non è ancor morto”.

Se vogliamo rinascere, noi Italiani dobbiamo essere consapevoli di ciò che veramente siamo, gli eredi della grandezza di Roma e ispirarci a questa consapevolezza. Credo che anche questo non sia meno vero oggi rispetto ai tempi di Petrarca.

A guardare bene, tra il medioevo comunale di Dante e Petrarca e l’umanesimo civile quattro-cinquecentesco, non c’è nessuno stacco.

Il concilio di Firenze del 1438 portò alla riscoperta del pensiero di Platone, e non è un caso che proprio a Firenze nasce l’Accademia platonica guidata da Marsilio Ficino. L’opera più nota di Ficino è la Theologia platonica che è un tentativo di dimostrare, con metodi invero alquanto grotteschi, la perfetta concordanza fra filosofia platonica e religione cristiana anche attraverso supposizioni del tutto infondate, ad esempio là dove immagina che Pitagora sarebbe stato discepolo di Mosè. Ciò sa fortemente di excusatio non petita, e platonismo e cristianesimo sono effettivamente inconciliabili, perché se attraverso la ragione e il mito l’uomo può penetrare nella dimensione trascendente, allora la “rivelazione” cristiana è inutile e si disegna una prospettiva nulla affatto diversa da quella dello gnosticismo.

Se l’uomo può, come sostiene Ficino, “indiarsi”, ricongiungere alla (alle) divinità la scintilla divina che è in lui, non ha bisogno di essere redento, ma può diventare il redentore di se stesso.

Ficino non mostrò mai di essere consapevole del fatto che la via che andava tracciando usciva del tutto al di fuori del cristianesimo. Giordano Bruno, muovendosi sulle sue orme, mostrò di aver raggiunto questa consapevolezza, e sappiamo che la Chiesa gliela fece pagare in maniera atroce, ma abbiamo anche la testimonianza di Giorgio Vasari che riguardo a Leonardo Da Vinci ci dice che “era platonico al punto di non essere cristiano”.

Il platonismo si fonde con il naturalismo rinascimentale; quanto meno Giordano Bruno e Leonardo Da Vinci sono partecipi di entrambi, e se Tommaso Campanella, il maggior esponente del naturalismo assieme a Bernardino Telesio, evitò il rogo, fu solo fingendosi pazzo e scontando comunque lunghi anni di detenzione. La Chiesa controriformata non tollerava alcuna originalità di pensiero in nessun campo. Analogamente solo la tarda età, la sua fama di scienziato e una pronta abiura salvarono dal rogo Galileo Galilei, che fu però condannato al carcere a vita poi commutato nel confino nella sua villa di Arcetri.

C’è qui un problema complesso a cui per le finalità di questo articolo non si può accennare altro che per sommi capi: il rapporto fra l’eredità di Platone, il platonismo rinascimentale e le origini della scienza moderna.

Lo storico della scienza Alexandre Koyré ha sostenuto che la rivoluzione scientifica moderna inizia grazie al recupero rinascimentale dell’eredità di Platone, in particolare la riscoperta della centralità della matematica, applicata da Galileo all’indagine del reale. Koyré è arrivato a dire che la scienza moderna è “una rivincita di Platone”. E’ una concezione che si può avallare solo in parte, perché per Platone la matematica non era, come per Galileo, lo strumento per la conoscenza del reale, ma l’oggetto di una conoscenza “più alta” di quella riguardante il mondo fisico.

Se la scienza moderna è la rivincita di un pensatore dell’antichità, lo è piuttosto di Archimede. Su ciò, si veda il mio articolo Leggende manualistiche pubblicato sul Bollettino della Società Filosofica Italiana.

D’altra parte lo stesso aristotelismo insegnato nelle università era andato incontro a un’importante evoluzione; ad esempio nel campo della fisica la teoria della vis impressa che prelude alla scoperta galileiana del principio d’inerzia. Qualcosa è opportuno dire anche dell’aristotelismo rinascimentale e di Pietro Pomponazzi che lo “rimise a posto” dopo le alterazioni compiute da Tommaso D’Aquino per trasformarlo in una propedeutica alla teologia cristiana.

Pomponazzi, che era molto consapevole dei pericoli insiti nell'urtare contro l'intolleranza ecclesiastica, elaborò la teoria della “doppia verità”: una è la verità della fede, altra cosa è quella della ragione, che in definitiva riguarda solo i dotti.

E' curioso che questa teoria, diventata oggi “dei magisteri non sovrapponibili”, che un tempo era una specie di scudo dei liberi pensatori contro le persecuzioni ecclesiastiche, sia diventata oggi una scappatoia per il cristianesimo per sottrarsi alle brucianti sconfessioni della ragione e della scienza.

E' da notare anche l'odio manifestato da Martin Lutero, inteso a riportare il cristianesimo al fanatismo distruttivo dei tempi antichi, verso Aristotele che egli definiva un “morto idolatra” che avrebbe a suo dire corrotto tutta la religione cristiana; un'avversione che è forse l'espressione più lampante dell'odio cristiano verso la cultura, al punto tale da mettere voglia di essere aristotelici per ripicca.

E' dubbio che Galileo possa essere considerato in qualche modo un platonico, ma fu certamente un frutto, il più tardivo, della cultura rinascimentale, del rinascimento “strozzato” dalle invasioni straniere ma soprattutto dal pugno di ferro della Chiesa controriformata. Con il processo a Galileo, la Chiesa tolse all'Italia l'ultima possibilità di esercitare un ruolo egemone nella cultura europea, mentre l'eredità galileiana veniva raccolta da Newton in Inghilterra e da Huygens in Olanda, ossia nelle parti dell'Europa maggiormente imbevute di spirito protestante-calvinista e massonico. Il “pensiero massonico” a sua volta non è che una sorta di cristianesimo razionalizzato sostituendo “Il Grande Architetto dell'Universo” a Dio Padre, unito a cascami di esoterismo.

Questo spirito calvinista-massonico che si impadronì della rivoluzione galileiana, è poi all'origine di tutti i fenomeni patologici della modernità, o se vogliamo della modernità come fenomeno patologico.

 Il dibattito sull'umanesimo-rinascimento ha avuto una “coda” novecentesca con la Lettera sull'umanesimo di Martin Heidegger, forse una delle poche opere in cui il filosofo esistenzialista non si sia nascosto dietro la solita cortina fumogena di neologismi, termini incomprensibili, violenze alla grammatica. L'umanesimo, argomenta Heidegger, non è cosa che possa interessare un cristiano, il cristiano non ha fiducia nell'uomo, ha fede in Dio.

Fatto abbastanza singolare, il discorso di Heidegger viene a sovrapporsi quasi perfettamente con quello dell'ultimo dei “Nouveaux Philosophes” francesi, Emmanuel Levinas. Quest'ultimo osserva che “la filosofia cristiana” costituisce un equivoco bimillenario perché l'atteggiamento fideistico del credente è incompatibile con quello del filosofo che vuole innanzi tutto capire, e propone niente di più e niente di meno che il ritorno alla “semplice fede” degli “antenati”.

Quale fede e quali antenati? I suoi, a giudicare dal cognome, dovrebbero avere una non tanto remota provenienza mediorientale, cosa che non si può dire della maggior parte di noi, specie quelli che non accettano di essere “spiritualmente semiti” secondo le parole di un non certo rimpianto pontefice.

Chiarito l'equivoco, ognuno si prende il suo. Noi che siamo figli di Roma, dell'umanesimo, del rinascimento, noi che alla fede che in teoria dovrebbe smuovere le montagne ma nella pratica non produce risultati apprezzabili, preferiamo la volontà che le scala, sappiamo cosa scegliere, non possiamo avere il minimo dubbio su quale sia la nostra eredità.

La Chiesa che oggi condanna il risorgimento e il rinascimento, probabilmente sopravvaluta il seguito di cui ancora dispone, e non si avvede che denigrando i momenti più alti della nostra storia degli ultimi due millenni, si tira per così dire la zappa sui piedi. Qualsiasi rinascita politica, culturale o altro, italiana, non può non guardare al modo il cui il cristianesimo ha fatto precipitare in basso la nostra Italia (da “donna di province” a “bordello”), ma soprattutto non può non guardare alla grandezza di Roma di cui noi siamo gli eredi, e non essere animata dalla volontà di recuperare quel tesoro politico, culturale e spirituale di cui il cristianesimo e la Chiesa ci hanno derubati.




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     In appendice: La democrazia

Libreria Editrice Primordia, Milano 2011, €. 14,00.

Recensione di Fabio Calabrese


  Per poter collocare nella sua giusta ottica questo libro che si stacca nettamente dalla pubblicistica anche anticlericale corrente, che rappresenta per davvero una finestra su di un modo di considerare le cose, su una Weltanschauung alla quale siamo profondamente disabituati, è necessario dire qualche parola sul suo autore. Se, come insegnava Alfred Rosenberg, “Anima è razza vista dall'interno”, difficilmente potremmo trovare una figura più interessante di Silvano Lorenzoni, un uomo di solido ceppo veneto-cisalpino, che sembra provenire direttamente da quel Veneto profondo pre-Serenissima, quel Veneto ghibellino che ci ha dato i Da Romano (i “feroci Ezzelini”), gli Scaligeri, i Carraresi, gli Estensi (la casa d'Este, prima di costruire il suo dominio a sud del Po era signora dell'omonima località oggi provincia di Padova). Un uomo che, a conoscerlo personalmente, sembra avere un che di curtense, un tratto di aristocrazia innata, di estraneità al mondo volgare e mercantile con cui quotidianamente dobbiamo confrontarci.


  Silvano Lorenzoni è un uomo che si è fatto una cultura storico-antropologica fuori dagli schemi, sia viaggiando in ogni parte del mondo per motivi di lavoro (credo che l'Antartide sia l'unico continente dove non abbia soggiornato), sia grazie a una sviscerata passione per la storia e l'archeologia. Quando ci riporta notizie di popoli e culture, queste sono di prima o al massimo di seconda, non di ennesima mano, come avviene per i compilatori di testi scolastici, per tutti coloro che, sotto l'apparenza della scientificità, non fanno altro che scodellarci la più vieta propaganda di regime “democratica” e “progressista”.

  Silvano Lorenzoni, e anche questo va valutato per comprendere a fondo il suo lavoro, è presidente dell'Associazione Culturale Identità e Tradizione, ed ha redatto assieme a Federico Prati, segretario della stessa Associazione il manifesto dell'etnonazionalismo volkisch per una difesa etnica totale dei popoli europei; è un uomo – lo capiamo bene – che si situa sull'asse concettuale opposto rispetto al marxismo, alla democrazia, al cosmopolitismo, cioè rispetto al cristianesimo in cui si deve vedere la prima radice di tutti i mali dell'Europa e a tutte le sue conseguenze. 

Ma il nostro uomo non è soltanto questo, è un pensatore  che segue letteralmente l'indicazione di Nietzsche di “fare filosofia col martello” percuotendo gli idoli per vedere se sono vuoti e mandano un suono falso. Le martellate di Lorenzoni non hanno risparmiato nessuno degli idoli della società moderna, a cominciare da quello del progresso, letteralmente sfasciato sotto il peso di due scritti che sono autentici colpi di maglio: Involuzione, il selvaggio come decaduto e Il mondo aurorale. Il primo ci toglie qualsiasi illusione che la civiltà sia una retta ascendente: un'impressionante quantità di testimonianze è lì a dirci che i popoli che noi chiamiamo selvaggi, lungi dall'essere dei “primitivi” sono il residuo di antiche civiltà degenerate. Il mondo aurorale tratta il tema affascinante delle cesure epocali, ossia delle fratture nella storia, il crollo dei cicli di civiltà che ci hanno preceduto. Entrambi ci lasciano un terribile sospetto: anche la nostra civiltà è probabilmente avviata sulla strada della decadenza ed è forse prossima al crollo, e la responsabilità di ciò va fatta risalire al cristianesimo che, dopo essere rimasto bloccato per circa un millennio da una sorta di compromesso con le strutture tradizionali dell'Europa, è riesploso nella sua antica virulenza con la Riforma protestante, a cui sono rapidamente seguiti la massoneria, il giacobinismo, la democrazia, il bolscevismo, l'americanismo come altrettanti frutti avvelenati dell'originaria sovversione cristiana.

Origini del monoteismo e sue conseguenze in Europa  scritto con Gianantonio Valli esplora il fenomeno del monoteismo, ossia dell'ebraismo e delle sue appendici cristiana e islamica. In campo religioso, notano Lorenzoni e Valli, il monoteismo è un fenomeno patologico: sostituire la percezione del sacro con la “fede” in un Dio è come sostituire un arto vivente con una protesi.

La figura mostruosa di Cristo è in sostanza la prosecuzione e l'approfondimento del discorso iniziato con Origini del monoteismo. La tesi di Lorenzoni è di una chiarezza e di una linearità sorprendenti: con pochissime eccezioni, tutta la letteratura anticlericale di cui oggi davvero non c'è penuria, ha accusato la Chiesa di aver frainteso, travisato, alterato il “messaggio cristiano” che nella sua “purezza originaria” sarebbe invece quanto di più sublime l'uomo possa mai concepire. Partendo da simili premesse, l'anticlericalismo “laico” non ha mai concluso nulla perché in tal modo tutte le atrocità che hanno costellato la storia del cristianesimo nei secoli diventano scusabili imperfezioni in un globale piano salvifico.

Bisogna invece riconoscere la natura patologica del cristianesimo fin dal suo nucleo originario, fin dalla figura per l'appunto “mostruosa” del suo presunto fondatore.

Cosa che certo sorprenderà qualcuno, Lorenzoni non dà particolare rilievo alla figura “storica” di Gesù Cristo. Che sia esistito o meno in Palestina due millenni or sono un uomo chiamato Gesù Cristo, che abbia fatto o meno alcune delle cose raccontateci – in forma certamente travisata e ingigantita – dai vangeli, che sia stato o meno giustiziato mediante crocifissione, è un problema secondario, ciò che è davvero rilevante è il feticcio che è stato costruito attorno a questo personaggio.

Figura mostruosa quella di Cristo, lo è dal punto di vista iconografico: il crocifisso, un inquietante simbolo di dolore e morte proposto o piuttosto imposto come simbolo di una religione “di salvezza”, ma lo è soprattutto dal punto di vista storico se consideriamo le devastanti conseguenze che il cristianesimo ha avuto sull'Europa e sul nostro intero pianeta.

L'analisi di Lorenzoni è impietosa e precisa: il cristianesimo non solo deriva dall'ebraismo, ma si può considerare una propaggine dello stesso, con alcuni aggiustamenti per renderlo più accettabile a genti di matrice etnica e culturale europide, così come l'islam, che è invece adattato alla psicologia di genti arabo-negroidi, e non ha mai veramente rotto il cordone ombelicale con la religione-madre, non fosse altro perché il suo venerato “libro sacro”, la bibbia, è stato scritto in un ambiente ebraico ed è portatore di una mentalità ebraica che fatalmente si estende a coloro che lo venerano e lo studiano come “la parola di Dio”. C'è di più, perché il cristianesimo, nato come grimaldello ebraico per far saltare le strutture religiose, culturali e politiche dell'antichità romana – e Roma era svisceratamente odiata dagli antichi Ebrei – è tornato a essere tale a partire dalla Riforma protestante, perché la bibliolatria trapassa in modo affatto naturale in giudeolatria come ben si vede nel protestantesimo soprattutto calvinista-anglosassone.

Un aspetto originale del pensiero di Lorenzoni, è che egli considera anche il marxismo niente altro che una forma di cristianesimo, secolarizzato e che nega di essere tale, con il proletariato al posto di Dio, il partito comunista al posto della Chiesa, la futura società socialista in luogo del paradiso e la rivoluzione come sostituto del secondo avvento.

Proprio al comunismo sarebbe toccato essere la punta di lancia della sovversione mondiale con una rivoluzione che avrebbe abolito la proprietà privata e attribuito la proprietà teorica dei mezzi di produzione e quella effettiva, oltre a tutto il potere politico, a una nomenklatura composta da elementi ebraici. Due imprevisti, tra le due guerre mondiali, hanno bloccato l'ascesa dei movimenti ebraico-cristiano-marxisti: l'emergere dei movimenti fascisti che hanno rappresentato l'ultimo tentativo dell'uomo europeo di rialzare la testa, e l'avvento in Unione Sovietica di Stalin che ha eliminato la nomenklatura sovietica ebraica della prima ora. Dopo la seconda guerra mondiale la spartizione dell'Europa fra Soviezia e Puritania (secondo la terminologia di Gianantonio Valli) e l'affermazione della Puritania dominata dagli USA dopo un braccio di ferro pluridecennale con i sovietici.

In realtà, ci spiega il nostro, la Puritania calvinista è perfettamente adeguata ad assumere su di sé anche il ruolo già appartenuto alla Soviezia perché un calvinista – ci spiega – non è altro che un ebreo che ancora non si proclama tale perché dalla sua posizione mimetizzata può rendere un miglior servizio “alla causa”. Il calvinismo, infatti, rientra nel fenomeno del khazarismo (i Khazari furono una popolazione che abitava la Russia meridionale e che si convertì in massa all'ebraismo, e sono gli antenati della maggior parte degli ebrei attuali, che non hanno alcun legame etnico-storico né alcun diritto sulla Palestina).

Come recita il titolo del libro, Lorenzoni ci parla anche della convergenza dei monoteismi, e quest'ultimo è un fenomeno che ha appena cominciato a manifestarsi. Numerosi segni lasciano intuire un non lontano collasso dell'impero americano che costituisce il grosso della Puritania (laddove la Gran Bretagna, invertendo il ruolo madrepatria-colonia che esisteva fino al 1776, ne è semplicemente l'insidiosa appendice davanti alle coste europee), e i monoteismi si stanno preparando a questa non remota eventualità serrando i ranghi, ma quello sarà anche il momento in cui si offrirà a noi Europei la migliore occasione di rialzare la testa, una lotta il cui esito sarà scontato se l'Europa sarà riuscita nel frattempo a preservare almeno il nucleo della sua sostanza etnica, perché, Lorenzoni ne è assolutamente convinto, un europeo vale infinitamente di più delle masse larvali che la Puritania che ha oggi sciaguratamente il controllo dell'economia globale, ci costringe a importare dal sud del mondo precisamente allo scopo di intaccare la sostanza etnica europea.

 In appendice, il libro presenta un saggio sulla democrazia che è la logica conclusione del discorso: preso alla lettera, il termine democrazia, ossia “governo del popolo”, indica qualcosa che di fatto è impossibile, perché tutti i regimi sono sempre espressione di élite. Un termine più appropriato è probabilmente suffragiocrazia, ossia un tipo di regime nel quale l'élite al potere ottiene la sua legittimazione attraverso il rituale del voto, estorcendo il consenso delle masse subornate attraverso il sistema mediatico, illudendo le masse popolari di avere una possibilità di scelta, e poiché il sistema mediatico, non fosse altro per i suoi costi, è in mano a coloro che si sono impadroniti della ricchezza della società, ecco che di fatto democrazia-suffragiocrazia coincide con usurocrazia, e sappiamo bene chi sono oggi gli usurocrati, null'altri che gli agenti al servizio della Puritania. La democrazia, il mito democratico è dunque il primo feticcio (o il secondo, subito dopo la venerazione per la “mostruosa” figura di Cristo) di cui ci dobbiamo sbarazzare in vista della lotta per la sopravvivenza della civiltà che noi stessi incarniamo, per il nostro futuro e quello dei nostri figli.

 Lorenzoni, in conclusione ci dipinge un quadro a tinte forti, ma che ci indica anche una prospettiva di salvezza/rinascita, che dipende però dalla nostra capacità di lottare per darci un avvenire.   


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